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martedì 23 ottobre 2012

un cartello di sei metri dice tutto è intorno a te ma ti guardi intorno e invece non c'è niente

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Io lo so che non sono solo anche quando sono solo…
sotto un cielo di stelle e di satelliti tra i colpevoli le vittime e i superstiti
un cane abbaia alla luna, un uomo guarda la sua mano
sembra quella di suo padre quando da bambino
lo prendeva come niente e lo sollevava su era bello il panorama visto dall'alto
si gettava sulle cose prima del pensiero
la sua mano era piccina ma afferrava il mondo intero
ora la città è un film straniero senza sottotitoli
le scale da salire sono scivoli, scivoli, scivoli il ghiaccio sulle cose
la tele dice che le strade son pericolose ma l'unico pericolo che sento veramente
è quello di non riuscire più a sentire niente
il profumo dei fiori l'odore della città il suono dei motorini il sapore della pizza
le lacrime di una mamma le idee di uno studente gli incroci possibili in una piazza
di stare con le antenne alzate verso il cielo
io lo so che non sono solo…
e rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango…
la città è un film straniero senza sottotitoli una pentola che cuoce pezzi di dialoghi
come stai quanto costa che ore sono che succede che si dice chi ci crede
e allora ci si vede
ci si sente soli dalla parte del bersaglio e diventi un appestato quando fai uno sbaglio
un cartello di sei metri dice tutto è intorno a te ma ti guardi intorno e invece non c'è niente
un mondo vecchio che sta insieme solo grazie a quelli che hanno ancora il coraggio di innamorarsi
e una musica che pompa sangue nelle vene e che fa venire voglia di svegliarsi e di alzarsi
smettere di lamentarsi
che l'unico pericolo che senti veramente è quello di non riuscire più a sentire niente
di non riuscire più a sentire niente
il battito di un cuore dentro al petto la passione che fa crescere un progetto
l'appetito la sete l'evoluzione in atto l'energia che si scatena in un contatto…

giovedì 7 luglio 2011

pronto ad essere padre a mia volta e a spiegare a mio figlio bambino come ogni destino si unisce si confonde e si intreccia in comune con le altre persone



Jovanotti con la canzone Mario racconta della strage di via Fani e di suo padre Mario



Mi ricordo da bambino che mio padre era spesso arrabbiato con me
e non sapevo perché.
Ritornavo dalla scuola verso l'una e quaranta
e la fame era tanta,
con mia madre che diceva che c'è?
Lorenzo dimmi che c'è?
Come è andata come mai non mi dici mai niente?
Ma che razza di gente, questi figli che ho.
Certe volte non so
cosa ho fatto per vedervi dire sempre di no,
non lo so.
Non lo so ma ti droghi? Fai vedere le braccia,
ma che razza di faccia.
Non mi piace per niente
quella razza di gente
con la quale ti vedi.
Ma che cosa ti credi
che tuo padre ed io non ti vogliamo bene?
Sempre le stesse scene
ogni giorno ogni sera
quella stessa atmosfera.
Mentre mio padre mi vedeva crescere
lui mi sembrava non potesse invecchiare
mentre crescevo tre centimetri l'anno
lui era sempre uguale.
Mi ricordo a dodici anni un pomeriggio di sole mi portò a un funerale,
ma era uno speciale,
che non c'era neanche un morto parente,
neanche un conoscente,
solo un sacco di gente
seria molto composta
una specie di festa al contrario.
E mio padre Mario
mi diceva: quando avrai un po' più anni
potrai dire io c'ero
ai funerali degli agenti della scorta di Moro.
Questa sera quasi ventisette anni sto leggendo il giornale
e di quel funerale
mi risale l'immagine in mente
e ho chiarissimo in testa quel concetto di festa al contrario
e di mio padre Mario
che per come era sempre severo
mi appariva sincero
nel dolore del restare impotente
insieme a molta altra gente
che sostava di fronte al potere di pochi
sulla vita di molti
e a quei volti sconvolti
delle madri delle mogli dei parenti e dei figli degli agenti della scorta di Moro
e mio padre Mario era così serio.
E mi teneva sulla testa una mano.
Quel pomeriggio è lontano quasi venti anni fa,
i negozi che chiudevano in tutta la città,
ogni cosa era strana.
Nella mia fantasia non capivo
perché in giro c'era tutta quella polizia,
le sirene spiegate,
le serrande abbassate.
Sono più grande ma le cose non sono cambiate.
La mia mano è più grande e mio padre più anziano,
la mia mamma si preoccupa perché sono lontano.
Questa storia che ho detto con la rima baciata
non so forse neanche io perché ve l'ho raccontata,
forse il centro di tutto è quella mano che mio padre mi appoggiò sulla testa,
questo è quanto mi resta.
Un ricordo profondo
grande come il mondo,
questo gesto che mio padre ebbe il cuore di fare,
questo gesto d'amore mille volte più potente di un pugno
in questa notte di giugno
in cui scrivo
mi fa essere vivo,
pronto ad essere padre a mia volta e a spiegare a mio figlio bambino
come ogni destino
si unisce si confonde e si intreccia in comune con le altre persone.
Gli dirò che ogni schiaffo ed ogni pugno che è dato,
ogni piccolo diritto che nel mondo è violato,
è una ferita per tutti gli esseri della terra
e finché non c'è giustizia ci sarà sempre guerra.