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domenica 29 dicembre 2013

Il presepe, quello vero, quello dei vangeli, non ci ricorda forse il mantello di Dio, il mantello della sua compassione e della sua passione?

La conclusione va sulla misericordia di Dio, nato a Nazareth, uomo tra gli uomini che incita all'amore del prossimo.
e ancora BUON NATALE tutto l'anno.
dicembre del 2009 
Don Angelo Casati 
NATALE E IL MANTELLO DELLA COMPASSIONE

Oggi è il giorno di tutti i santi, ma non ci sono santi laici,
ci sono soltanto anime amorose che lasciano lungo la strada
il pomposo mantello dell'egoismo e indossano quello della compassione
con il quale ricoprono sé e gli altri.
Lei, carissimo cardinale Martini,
ha un amplissimo mantello di compassione, di passione per gli altri.
Col suo mantello ricopre anche me talvolta come il mio può ricoprire anche lei.
Per questo la Nera Signora non ci spaventa.
È per questo sia lei che io sentiamo nel cuore il messaggio
che incita all'amore del prossimo.
A lei lo invia il suo Dio e il Cristo che si è incarnato;
a me lo manda Gesù, nato a Nazareth o non importa dove,
uomo tra gli uomini,
nel quale l'amore prevalse sul potere".

Come non ringraziare il non credente
che con accenti commoventi mi ha ricordato il mantello?
Il presepe, quello vero, quello dei vangeli, non ci ricorda forse il mantello di Dio,
il mantello della sua compassione e della sua passione?
E che altro ci rimane se non ricoprirne noi stessi e gli altri?

sabato 28 dicembre 2013

Quando questo avviene, l'io non è solo, non è denudato, non è disperato, anzi è più ampio e più ricco.

Gente senza volto, priva di quegli elementi che ci fanno innamorare dell'altro. Il pericolo di evitare il confronto con la vita reale di Cristo, chiusi nel proprio orgoglio che innalza muri e si impalca a difesa di  simboli che non s'incarnano nelle opere dei credenti.

dicembre del 2009 
Don Angelo Casati 
NATALE E IL MANTELLO DELLA COMPASSIONE

Mi era capitato nel giorno dei santi, e non ho vergogna di dirlo, di commuovermi alle parole scritte da un non credente, dietro uno scambio di pensieri tra lui e un cardinale, il cardinale Carlo Maria Martini.
L'occasione era stata la lettura dell'ultimo libro del cardinale "meditazioni sulla preghiera". Giustificando il tema inusuale del suo editoriale Eugenio Scalfari scriveva:
"Mi sentivo stanco di visitare e rivisitare problemi importanti ma ripetitivi, che per di più dimostrano un tale stato di degradazione da esser diventati ripugnanti per ragioni estetiche prima che ancora morali e politiche. Sicché mi sono assai confortato leggendo la prosa del cardinale. Ho pensato di cogliere l'occasione che il suo scritto mi offriva e intervenire anch'io sullo stesso argomento. Penso che i miei lettori ne saranno contenti. Il tema del cardinale riguarda la preghiera dei vecchi. Detto in altro modo - e lui stesso ne fa menzione - si tratta d'una meditazione sulla morte da parte di chi, pur in buona salute, la vede approssimarsi incalzata dal calendario. Martini è profondamente religioso, ad un punto tale da potere e volere colloquiare anche con i non credenti e mettere in comune esperienze così disparate. Io sono per l'appunto uno di quelli e meditare assieme a lui mi ha dato grandissima pace tutte le volte che tra noi è accaduto".
E a conclusione dell'articolo ecco le parole che allora lessi e oggi rileggo con emozione:
"La vecchiaia restringe la nostra vitalità, limita le capacità del corpo e concentra quelle delle mente. In alcuni il desiderio del potere soverchia gli altri. È patetico vedere come alcuni vecchi restino aggrappati al potere, la loro zattera di salvataggio che non li porterà ad alcuna salvezza, la loro rabbia nel vederselo strappato brano a brano, la solitudine del loro io denudato giorno per giorno dagli orpelli dei quali l'avevano rivestito. Altri si effondono nell'amore. Non dico nell'erotismo, dico amore. Amore per gli altri e per quelli a loro più prossimi, quelli dai quali hanno ricevuto amore e ai quali l'hanno restituito. Quando questo avviene, l'io non è solo, non è denudato, non è disperato, anzi è più ampio e più ricco. Non ha nessun bisogno di chiamarsi e di sentirsi io ma si sente noi e quella è la sua ricchezza.

venerdì 27 dicembre 2013

mi prese la paura che a tanto fossimo arrivati con il cristianesimo, a un Cristo ridotto a manichino senza volto,


La vita ci riempie di tristezza per non lasciarsi penetrare oltre la vernice, tentativi di annegare la solitudine. E poi i manichini che hanno preso forma di corpi umani, triste metafora del male.

dicembre del 2009 
Don Angelo Casati 
NATALE E IL MANTELLO DELLA COMPASSIONE

Mi colpiva che fossero figure senza volto,
derubate di connotati precisi, di occhi, di labbra di cui ci innamoriamo.
Figure senza volto.
A cui oggi puoi dare un vestito,
domani un altro,
accolgono tutto senza ribellioni, un vestito ad ogni stagione.
Manichini per tutte le stagioni.
Per un brivido di secondo mi prese la paura che a tanto fossimo arrivati con il cristianesimo, a un Cristo ridotto a manichino senza volto,
senza la sua vita concreta,
senza le sue scelte concrete, senza le sue parole e i suoi gesti,
e ognuno vi attacca impudentemente il suo vestito.
Non è forse quello che sta capitando?

Il pericolo, ma ormai non è più un pericolo, è spettacolo sotto i nostri occhi,
è quello di non confrontarci più con la vita reale di Gesù.
E allora può succedere che si pretenda di difendere il Natale,
il mistero di un Dio che condivide,
che annulla le distanze,
esiliando uomini e donne che hanno un diverso colore della pelle!
E che, nel giorno di una nascita in cui Dio sconfina e chiede di sconfinare,
ci si ubriachi nell'orgoglio di innalzare muri!
O ci si impalchi a difensori del crocifisso,
il mistero di un Dio che dall'alto della croce
ha abbattuto il muro della separazione e della inimicizia,
dicendo "Li possano tutti ammazzà!".
Cristo e cristianesimo
come i manichini che scintillavano dalle vetrine illuminate a giorno.
Guardavo e ritraevo gli occhi,
quasi avessero sorpreso un male del cristianesimo,
forse il vero male perché lo svuota,
un male segnalato da sentinelle inascoltate.

giovedì 26 dicembre 2013

Lui conosce. Vede oltre la vernice. Legge solitudini dello spirito con tentativi ingenui di annegamento.


Dobbiamo ritrovare le parole che ci fanno ardere il petto e che passino senza filtro dall'Autore per arrivare anche a chi è lontano per ascoltare. 
Che il Signore ci perdoni se siamo stati noi la causa di questo distacco. Fabbrichiamo i ponti per il loro ritorno. con l'aiuto del figlio del falegname.

dicembre del 2009 
Don Angelo Casati 
NATALE E IL MANTELLO DELLA COMPASSIONE

Me ne venivo, una sera di queste, per una via del centro, il sole non arrivava obliquo,
mi succedeva però in quell'ora di sognare alle spalle passi diversi, voce e parole diverse.
E di augurarmi che a passare in incognito
in mezzo a quel serpentone di folla in striscio di vetrine fosse lui,
il viandante in incognito.
Mi andavo chiedendo se avrebbe osato la stessa domanda che osò con Cleopa e il suo compagno: "perché ve ne andate con il volto triste?".
Guardavo il serpentone di folla in striscio e struscio di vetrine.
Pensai che avrebbe osato la stessa domanda.
Perché scrive Giovanni. "lui conosce ciò che c'è nell'uomo" (Gv 2,25).
Lui conosce.
Vede oltre la vernice.
Legge solitudini dello spirito con tentativi ingenui di annegamento.

E gli occhi andavano alle vetrine,
andavano e si ritraevano,
come portando colpa per sguardi a prezzi che suonano insulto
a una umanità impoverita.
Andavano gli occhi, per poi subito ritrarsi, ai manichini
che oggi hanno preso forma di corpi umani,
silouette scintillanti a cattura di sguardo.
Per un attimo, ve lo confesso, mi parvero metafora del male cui sopra accennavo.


mercoledì 25 dicembre 2013

la salvezza è la sua nudità, nudità di parole e di vita. Quella nudità ti fa fermare per improvviso sbalordimento. Anche a Natale.


C'erano i profeti ai giorni  nostri, ma inascoltati. Diffidiamo di chi vuol giustificare gli errori del passato dando colpa ai tempi non maturi.
Abbiamo avuto un concilio: è tempo di mettere in pratica quello che lo Spirito ha alitato su quell'assemblea. 

dicembre del 2009 
Don Angelo Casati 
NATALE E IL MANTELLO DELLA COMPASSIONE

Perché può succedere di celebrare riti,
di sfornare a getto continuo
e impressionante documenti,
e di ritornare dalle chiese con la faccia triste,
come discepoli a cui non è toccato di sentire
ardere in petto il cuore.
Giorni fa un'amica mi raccontava di alcuni giovani da lei conosciuti, sinceri,
disarmanti nel confessarle che quando succede loro di uscire dalle chiese
senza che abbiano sentito ardere il cuore,
vanno a leggersi i discorsi di Obama,
"perché lì" le dicevano "finalmente troviamo qualcosa
che fa ardere il nostro cuore".
Ascoltandola, alla mente mi si affacciava una strada lontana,
strada verso Emmaus,
con un sole obliquo in bagliore di annegamento
e due viandanti che sentirono passi diversi e voce e parole diverse
da un compagno di un viaggio di poche ore,
compagno di parole "che facevano ardere il cuore".
Poi lo riconobbero, era Gesù, nella locanda,
lo riconobbero in quelle mani, le sue, che spezzavano il pane.
Purtroppo noi alle sue parole abbiamo sostituito le nostre.
E non fanno ardere il cuore.
Orpelli ad annegamento di vangelo.
Mentre la salvezza è la sua nudità, nudità di parole e di vita.
Quella nudità ti fa fermare per improvviso sbalordimento.
Anche a Natale.


martedì 24 dicembre 2013

C'era chi aveva occhi per denunciare ciò che stava avvenendo. Alcuni di noi alzavano la voce.


La vita dei  profeti non è mai stata semplice. Nella giovinezza c'erano ancora delle voci alte, adesso invece sembrano spariti dalla circolazione.

dicembre del 2009 
Don Angelo Casati 
NATALE E IL MANTELLO DELLA COMPASSIONE

Quando sarà giorno
e si converrà che i loro occhi avevano visto lontano,
qualcuno certamente, succede sempre,
si azzarderà a difendere la buona fede dei loro miopi oppositori,
con la giustificazione che i fatti vanno collocati nel tempo
e non si può con gli occhi di oggi condannare le miopie del passato.
Vi confesso che ho sempre ascoltato con diffidenza le ragioni di chi trova facile giustificazione ai silenzi di chiese e società adducendo la scusa dei tempi.

Se non altro perché in questi nostri tempi di miopie
ci è accaduto di udire per grazia voci di allarme.
Inascoltate!
C'era chi aveva occhi per denunciare ciò che stava avvenendo.
Alcuni di noi alzavano la voce.
Ma le finestre erano chiuse e le porte sbarrate e le stanze a prova di pareti desonorizzate.
Poi il grido moriva in gola,
le finestre rimanevano chiuse,
le porte sbarrate,
le stanze irrealmente ovattate.

Vorrei oggi onorare le sentinelle e i profeti
che lucidamente avvistavano l'approssimarsi di un pericolo esiziale per la fede,
quello di un cristianesimo senza volto.
Il loro grido era:
"Voi dite Gesù. Ma non è il Gesù dei vangeli. E' tutt'altro! E' solo un nome!".
Li hanno guardati come fossero contestatori.
Ed era invece passione di Gesù,
passione del vangelo.
Leggevano un allontanamento.
Quello a cui un Papa aveva pensato di dare sapiente rimedio con un Concilio.
Perché ci fosse ricongiungimento.
Ricongiungimento tra immagine di chiesa e vangelo.

lunedì 23 dicembre 2013

trattati come in vigilia di pazzia, disturbatori dell'ordine, in genere poco ascoltati.


In questo buio è bello pensare che i profeti hanno saputo attraversare la notte con le loro parole e i loro occhi.

dicembre del 2009 
Don Angelo Casati 
NATALE E IL MANTELLO DELLA COMPASSIONE

Mi emoziona anche il loro destino.
Il destino delle sentinelle e dei profeti,
spesso trattati come in vigilia di pazzia,
disturbatori dell'ordine,
in genere poco ascoltati.
Migliore sorte per chi ripete i luoghi comuni,
per chi non osa disturbare il manovratore,
per chi non si arrischia a negargli un credito, un'autorità morale.

Oggi li vado cercando.
Cerco i profeti dell'antico e poi del nuovo testamento.
Cerco quelli della mia giovinezza,
ancora era una terra di voci alte,
voci lungimiranti nella notte.
E poi con sete cerco oggi, cerco quelli del mio tempo.
Io che non ho occhi.
Oggi, vedendo lo sfascio, mi va almeno di ringraziarli.

domenica 22 dicembre 2013

Fino a intravederne il minimo sussulto, fino ad avvistarne il minimo intenerimento nel cielo.


Proprio come nell'altro blog ricorro alla guida di Don Angelo  per pregare in questi giorni unici.  Con calma faccio scendere il profondità le parole che ha scritto nel 
dicembre del 2009 
Don Angelo Casati 
NATALE E IL MANTELLO DELLA COMPASSIONE

Mi fermo nella notte a immaginare
il bagliore degli occhi dei profeti.
Occhi dei profeti e occhi delle sentinelle.
Mi emoziona il loro guardare lontano,
bucando la notte.
Fino a intravederne il minimo sussulto,
fino ad avvistarne il minimo intenerimento nel cielo.
I loro occhi e la voce.
E la passione che ne riga la voce fino ad accenderla.

domenica 29 settembre 2013

diciamo sì "beati i poveri", però il culto lo diamo ai ricchi.


Anno liturgico C
omelia di don Angelo nella 26ª Domenica del Tempo Ordinario
secondo il rito romano
 
Am 6,1.4-7
Sal 14
1 Tm 6,11-16
Lc 16,19-31

Noi, ma forse no, non ci beffiamo di Gesù, non arriviamo al punto di deriderlo.
Però è proprio così vero che noi non esaltiamo ricchi e potenti?
Non è forse vero che sono loro a fare notizia, loro ad avere giullari e cortigiani, loro circondati di deferenza, quasi una sacra deferenza?
Loro hanno un nome.
Condanniamo i farisei che si facevano beffa di Gesù.
Però nei nostri criteri, quelli correnti che riguardano la vita di tutti i giorni,
diciamo sì "beati i poveri", però il culto lo diamo ai ricchi.
I ricchi che dispongono già di una corte: anche il ricco del vangelo.
Il povero - Lazzaro - non ha nessuno, solo come un cane e vegliato dai cani.
I ricchi hanno un nome,
i poveri no.
 Che è proprio il contrario di quello che vuole Dio.
Per Lui il nome l'hanno i poveri.
Non per nulla nella parabola il ricco che ha tutto
-è nella casa, veste di porpora,
ha amici con cui banchetta-
ha tutto.
Non ha un nome,
per Dio non ha nome.
Al contrario ha un nome quel povero che non ha niente,
non ha casa,
non ha soldi,
non ha salute,
non ha amici.
Eppure ha un nome: Lazzaro, dall'antico El'azar, che significa "Dio ha aiutato".
Ha un nome per Dio.
E per me? -mi chiedo-,
chi ha un nome per me?
Sono i poveri o i ricchi ad avere un nome per me?

domenica 18 agosto 2013

A questo alzarsi è legata la promessa di quell’altro alzarsi, quella dell’Assunzione. Anche per ciascuno di noi.

C’è una “contro-storia”:
l’Assunzione di Maria al cielo è profezia,
è parola che apre gli occhi su questa storia,
nella quale non conta la pubblicità arrogante
– “ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore” -, non conta la forza –
“ha deposto i potenti dai troni” -, non conta la ricchezza –
“ha rimandato a mani vuote i ricchi” -, ma conta l’umiltà,
l’abbandono a Dio, la limpidezza del cuore,
perché è dentro questa storia che passa la forza della risurrezione.
Una storia che - badate bene - è già vincente oggi.
Qualcuno si meraviglia che
la donna di Nazaret parli di questa vittoria nel Magnificat non al futuro,
ma come qualcosa che già sta accadendo:
“La sua misericordia si stende su quelli che - oggi dunque - lo temono,
ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili...”.
Ma come?
Tiberio rimane sul trono, Erode sul trono, Ponzio Pilato sul trono e
anche Anna e Caifa sul loro trono...
La donna di Nazaret ci fa capire che
non è su questi troni che si regge la terra,
non è per loro che va avanti il mondo,
che progredisce l’umanità,
ma per gli uomini e le donne dell’altra storia.
È negli altri che passa una forza di risurrezione.
“Maria” - è scritto nel Vangelo di Luca - “alzatasi (Ἀναστᾶσα in greco) andò in fretta verso la montagna”.
Ebbene “Ἀναστᾶσα” nel vangelo appartiene allo stesso verbo con cui si dice la risurrezione.
E mi sembra bellissimo:
come se nell’alzarsi per correre ad offrire un aiuto all’anziana cugina incinta,
nell’alzarsi e nell’uscire dalla tomba fosse contenuta la stessa forza della risurrezione.
E quasi, pensate, non è importante l’alzarsi della Madonna verso il cielo,
non è raccontato.
È raccontato il suo alzarsi dettato dall’amore, dall’attenzione, dalla vicinanza.
A questo alzarsi è legata la promessa di quell’altro alzarsi,
quella dell’Assunzione.
Anche per ciascuno di noi.
(Angelo Casati, E la casa si riempì del profumo).

domenica 14 luglio 2013

E racconta una parabola da anticlericale. A volte mi viene fatto di pensare che se noi non conoscessimo da piccoli questa parabola, se nessuno ci avesse detto che è di Gesù e che è scritta nei vangeli, quelli canonici, qualcuno di noi griderebbe, ascoltandola, all'anticlericalismo.


Anno liturgico C
omelia di don Angelo nella 15ª Domenica del Tempo Ordinario
secondo il rito romano
Dt 30, 10-14 
Sal 18
Col 1, 15-20 
Lc 10, 25-37

Potremmo leggere l'episodio del Vangelo che ci racconta 
l dialogo tra Gesù e il dottore della legge e 
la conseguente parabola del buon samaritano 
svestendoli della forza di provocazione 
che li contrassegna, snervandoli da ogni vis polemica; 
ma snatureremmo il racconto e la parabola.

L'episodio nasce in un contesto di parole
il dottore della legge -il "teologo" diremmo noi oggi- 
ha di mira il mondo delle parole, 
e lasciandosi sedurre dal mondo delle parole, 
non può non arrivare al dibattito teologico, 
alle disquisizioni dottrinali, 
al tranello delle parole:
"trarre in inganno", "giustificarsi": è scritto.

Le domande possono essere anche legittime, 
giuste possono essere anche le risposte 
-come nel nostro caso- 
ma il problema non è nelle parole.

"Hai risposto bene" dice Gesù al "teologo" 
che ha citato alla perfezione la Bibbia: Deuteronomio e Levitico insieme.

"Hai risposto bene; fa' questo e vivrai". 
Non bastano le risposte teologiche, fa' questo.

E ancora alla fine, a conclusione della parabola: 
hai detto bene che prossimo è stato colui che ha avuto compassione, 
"va' e anche tu fa' lo stesso".

È come se Gesù polemicamente richiamasse 
gli uomini delle parole, delle parole "teologiche", 
alla concretezza dell'agire. 
Anche tu fa' questo.

Ma il "teologo" - l'uomo delle parole - si trova a disagio 
davanti a un Maestro, che parla il linguaggio della semplicità.

In un mondo come il suo, 
dove più si parla complicato, 
più si ha l'aria di essere superdotati e intelligenti, uno che ti dice: 
"Ama Dio, amalo con tutte le tue forze, con tutta la tua anima e ama il prossimo come te stesso",
sembra dire cose ovvie, cose da poco
E allora vediamo di innescare una dissertazione teologica sul concetto di prossimo: 
"Chi è il mio prossimo?".

E Gesù raccontando la parabola del samaritano sembra dire: 
...ma, ragazzi. guardate la vita e capirete
Ve lo farà capire la vita il problema del prossimo.

E racconta una parabola da anticlericale.
A volte mi viene fatto di pensare che se noi non conoscessimo da piccoli questa parabola, se nessuno ci avesse detto che è di Gesù e che è scritta nei vangeli, quelli canonici, qualcuno di noi griderebbe, ascoltandola, all'anticlericalismo.

Diremmo: 
"Ecco il solito anticlericale. Deve parlare male dei sacerdoti, deve parlare male dei leviti, deve parlare bene del lontano, poco ortodosso o niente ortodosso, del samaritano".
Ma la parabola è di Gesù
Sì, è di Gesù.

Che cosa fa la differenza tra sacerdote e levita da una parte e il samaritano dall'altra? 
Non la fa, secondo Gesù, la lettura dei libri religiosi -non dico che non sia importante- e nemmeno l'aggiornamento sulla realtà, perché la realtà di un uomo ferito, spogliato, mezzo morto, nel nostro caso, è sotto gli occhi di tutti: sacerdote, levita, samaritano.

Che cosa fa la differenza? 
Il testo lo dice: 
"Lo vide e girò dall'altra parte": è detto del sacerdote. 
"Lo vide e girò dall'altra parte": è detto del levita.
"Lo vide e ne ebbe compassione": è detto del samaritano.

C'è uno scarto, come un salto nel racconto ed è in questo "ne ebbe compassione", che è un verbo -scusate la parola- un verbo "viscerale". Sì, nel significato greco è un verbo che riguarda le viscere: o le hai o non le hai. "È un fatto di viscere" sembra dire Gesù.

E cioè la mia parabola viene a svelare, a sottolineare una dimensione, 
quella della "compassione" che è scritta nel più profondo delle vostre viscere, del cuore.

Ascolta le viscere, ascolta il cuore, ascolta la compassione.

Oggi ci si incanta davanti alla "saggezza della compassione" predicata dal Buddismo. 
Non sarà anche perché si è sorvolato sull'invito alla compassione di cui è segnato tutto il Vangelo? "Ebbe compassione": dice Gesù.

Ascolta le viscere, ascolta il cuore, il comando è scritto dentro di te, non è un comando lontano.

Quando Mosè nella grande omelia della steppa parlava a nome di Dio, diceva: 
"Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te".

Anzi questa parola -anche la parola "compassione", aggiungiamo noi- 
questa parola 
è molto vicina a te, 
è nella tua bocca, 
è nel tuo cuore, 
perché tu la metta in pratica.

Patente della vicinanza al regno, secondo la parabola, non è la frequentazione del tempio: 
chi più frequentatore del tempio del sacerdote e del levita che vedono e passano oltre?

Si può essere invece eterodossi, irregolari - tali erano considerati i samaritani - ed essere vicini al regno.

I veri vicini, secondo Martin Luther King, non sono quelli che pensano: 
"che ne sarà di me, se mi fermo?", 
ma coloro che pensano: 
"che ne sarà di lui, se non mi fermo?".

lunedì 17 giugno 2013

la spinta interna, che magari lo ha portato ad essere in contrasto con la legge


seconda parte dell'omelia di don Angelo Casati 
nella 11ª Domenica del Tempo Ordinario
Lc 7,36-8,3

La svolta è la misericordia.
E anche qui ci sarebbe da meditare a lungo
-dico: sui sentimenti di misericordia-
alla luce del Vangelo di Luca.

A chi assomigliamo: a Simone, il fariseo, o a Cristo?
Siamo la legge o siamo l'Amore?
Sono due atteggiamenti dello spirito molto diversi:
due modi di guardare,
molto diversi.
Ma vedete che strano!
la realtà che è sotto gli occhi è identica, è oggettiva.
Tutti vedono le stesse cose:
tutti vedono una donna,
una peccatrice che al di là di tutte le regole,
si avvicina, versa olio profumato sui piedi di Gesù,
li lava con le sue lacrime, li asciuga con i suoi capelli.

Ma c'è modo e modo di guardarla.

Simone, la legge, guarda e scuote la testa:
questa è una donnaccia; se Gesù sapesse tutto, non consentirebbe simili effusioni.

Gesù, la tenerezza, la guarda con amore:
era morta, ora è viva.

Noi come guardiamo? con gli occhi della legge o con gli occhi dell'amore?
Gli occhi della legge registrano i fatti,
ma non registrano ciò che avviene nel cuore.

Gli occhi dell'amore registrano i fatti,
ma vanno oltre 
-o, se volete-,
vanno dentro,
e leggono le ragioni del cuore,
gli itinerari del cuore,
le svolte improvvise del cuore.

"L'amore 
-ha scritto un commentatore attento del nostro tempo-
l'amore non guarda il negativo,
non guarda la contraddizione di un uomo con la legge, 
guarda le sue intime esigenze, 
la spinta interna, 
che magari lo ha portato ad essere in contrasto con la legge, 
ma che mira ad altro.

Ecco, 
l'amore coglie questa attesa,
questo bisogno profondo
si fa largo attraverso 
il groviglio delle violazioni morali 
per fissarsi 
sul germe intatto 
che è anche nel cuore della più corrotta prostituta, 
e il suo miracolo è nel suscitare questo germe, 
nel farne principio di un nuovo modo di vivere. 
E' un passaggio, dalla morte alla vita!"
(Balducci)

domenica 16 giugno 2013

Noi abbiamo ridotto a cose il peccato, cose che facciamo: confessiamo delle cose.


dall'omelia di don Angelo Casati 
nella 11ª Domenica del Tempo Ordinario
2 Sam 12,7-10.13 

Natan aveva raccontato una bellissima parabola che la liturgia non ricorda. 
Leggiamola:
"Vi erano due uomini nella stessa città, 
uno 
ricco 
e l'altro 
povero.

Il ricco aveva bestiame minuto e grosso in gran numero
ma il povero non aveva nulla
se non una sola pecorella piccina che egli aveva comprato e allevato; 
essa gli era cresciuta in casa insieme con i figli... 
era per lui come una figlia.

Un ospite di passaggio arrivò dall'uomo ricco e questi, 
risparmiando di prendere dal suo bestiame minuto e grosso, 
portò via la pecorella di quell'uomo povero 
e ne preparò una vivanda per l'ospite venuto da lui..."

Dunque il povero e la sua pecorella piccina...e il ricco che gliela strappa.
Vedete che cos'è il peccato, è questa durezza di cuore.

Noi abbiamo ridotto a cose il peccato, cose che facciamo: 
confessiamo delle cose.
Ma il peccato non sarà forse questa incrinatura 
che si è aperta dentro, 
questa durezza di cuore? 
Al punto che quando ti accorgi, ti chiedi: 
ma come si può esser così spietati?

Sì, sei tu quell'uomo. 
E Davide lo riconosce! 
"Tu hai colpito di spada Uria, l'Ittita, hai preso in moglie la moglie sua, lo hai ucciso con la mano degli Ammoniti...
Tu mi hai disprezzato..." dice il Signore.

Dio dice: Tu mi hai disprezzato. 
Ecco un'altra dimensione del peccato: 
Per i credenti, il peccato contiene un disprezzo di Dio, 
rompe quell'armonia che è custodita nelle cose: 
l'armonia modellata e impressa dalle mani di Dio.

Sei tu quell'uomo.

E se ho il coraggio di riconoscermi in quell'uomo
ecco la svolta imprevedibile.
"Il Signore ha perdonato il tuo peccato. 
Tu non morirai"

domenica 17 marzo 2013

testimoniamo la chiesa di pietra o la chiesa di Gesù?

La Quaresima è l'incontro con il figlio dell'uomo che zittisce le condanne che sanno di ipocrisia, perché circoscrivono l'orizzonte della legge all'unico peccato della donna, quello sessuale, quello dell'adulterio, quasi esistesse solo quello: "Chi di voi è senza peccato?". "Se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi".
 Ed è sconcertante notare che l'hanno portata, la donna, nel tempio. E che loro siano i difensori della legge e della religione, gli osservanti.
 E' sconcertante notare come proprio tra gli osservanti si annidi la razza dei lapidatori. Tutto quello che sanno immaginare e proporre è lapidare, coprire di pietre.
 E' sconcertante e dovrebbe interrogarci profondamente come chiesa, può succedere anche oggi che l'uomo, la donna smarriti del nostro tempo si trovino in mezzo e percepiscano la chiesa dall'altra parte, non dalla parte del Signore, una chiesa delle pietre:
di pietra lo sguardo,
di pietra il giudizio,
di pietra la condanna.
Una chiesa pietrificata.
Ciascuno di noi oggi dovrebbe interrogarsi sulla qualità della sua testimonianza:
testimoniamo la chiesa di pietra o la chiesa di Gesù?
 Se da un lato la donna sentiva la durezza della voce, dall'altro sentiva
il silenzio che l'accoglieva,
la voce che la difendeva,
lo sguardo che la risollevava, la risuscitava.
Don Angelo Casati

venerdì 15 marzo 2013

Una chiesa che siede con i potenti, che cerca protezioni, che insegue riconoscimenti e glorie terrene, che notizia potrebbe rappresentare per il mondo?

Poco ci si ferma a pensare che, a volte, lo stile fa tutt'uno con il messaggio: uno stile potente, ricco, supergarantito, è tradimento dell'immagine del Dio che si spoglia. Questa sì notizia buona, notizia che racconta la discesa di un Dio che ama e annulla la distanza, di un Dio che dice beati i poveri in spirito. Uno stile potente, ricco, supergarantito è tradimento della notizia buona del vangelo per la quale i poveri ora passano avanti, perché i criteri di Dio sono diversi. Una chiesa che siede con i potenti, che cerca protezioni, che insegue riconoscimenti e glorie terrene, che notizia potrebbe rappresentare per il mondo? Non farebbe che riprodurre ossessivamente stili di pensiero e di vita ampiamente abusati, i vecchi criteri dei dominatori del mondo, modi di sentire che tutti purtroppo conosciamo e sui quali, per giusto doveroso pudore, dovremmo tacere il nome di Dio. Passata l'immagine di una chiesa trionfante sulla terra, instrumentum regni, basterebbe che ci chiedessimo quali sono le immagini che si accendono nell'immaginario collettivo al pronunciarsi della parola "chiesa". Immediatamente vengono a occupare la ribalta le figure del Papa, dei Cardinali, dei Vescovi, le immagini prepotenti delle assemblee prestigiose e colorate, delle celebrazioni spettacolari. Quando mai la parola "chiesa" evoca la chiesa "minore"? Quella che vive nel silenzio delle parrocchie, quella che cammina ogni giorno con la gente, condividendo gioie e tristezze, fatiche e speranze, chiesa dell'ascolto prima che della parola, chiesa che, come il suo pastore, prova compassione, che non ha nulla a che fare con coloro che caricano di pesi insopportabili i poveri e gli oppressi, chiesa che ne rivendica la dignità, perché ogni essere vivente porta in sé l'immagine di Dio, chiesa che non ha la fretta dei documenti, ma conosce l'arte di rallentare il passo, perché porta nel suo cuore la fatica dell'ultima pecora, quella gravida e quella ferita. Solo una chiesa minore potrà essere con i minori, la chiesa maggiore potrà solo dettare pronunciamenti dall'alto. (Angelo Casati, Extra pauperes nulla salus).

lunedì 4 febbraio 2013

era facile percepire il sussulto della profezia


Aveva appena finito di leggere, nella sinagoga di Nazaret, un passo del libro di Isaia . Il passo dice: "Lo Spirito del Signore è su di me. Mi ha unto per annunziare la buona notizia ai poveri, la liberazione ai prigionieri, il riacquisto della vista ai ciechi, il mandare in libertà gli oppressi, il proclamare un anno accetto al Signore".
Arrotola il libro, lo rende all'inserviente, si siede. Gli occhi di tutti nella sinagoga sono fissi su di lui. Ed ecco dice: "Oggi si è adempiuta questa scrittura".
E succede l'incredibile, l'inspiegabile. C'è un succedersi di sentimenti, di reazioni nell'uditorio che ha dell'incredibile, dell'inspiegabile. Anche noi facciamo fatica a capire.
Dapprima stupore, meraviglia per le parole di grazia che uscivano dalla sua bocca.
Ma ecco insinuarsi subito una perplessità, un'esitazione: "Non è il figlio di Giuseppe costui?".
E poi tutti -dico tutti- tutti infuriati nella sinagoga, tutti a rendere testimonianza e poi tutti nella sinagoga pieni di furore. Si alzano, lo cacciano fuori, lo conducono fino al ciglio del monte per precipitarlo giù.
Ma perché? - ci chiediamo-. Che cosa è capitato?
Una spiegazione la dà Gesù: "In verità vi dico che nessun profeta è accetto nella sua patria".
Gesù dà un criterio che vale per sempre, vale per tutti i tempi. Tutti i tempi conoscono l'ostracismo in patria dei profeti.. E poi succede -succede sempre- anche un'altra cosa, anche questa ricordata da Gesù: si rivalutano i profeti del passato, si chiede perdono per quelli cui è stata fatta violenza ieri e si continua, si persiste nell'ostracismo, nella violenza nei confronti dei profeti di oggi: pensate che cosa è successo per don Mazzolari, per Padre Turoldo, per don Lorenzo Milani. E ai loro nomi potremmo aggiungere nomi di teologi impegnati, illuminati, appassionati del popolo di Dio.
Uomini, ma anche donne, nella cui voce era facile percepire il sussulto della profezia, delle parole di Gesù che dava per possibile un cambiamento, una svolta, un'immagine nuova, un modo diverso di pensare, di progettare, di agire.
Don Angelo Casati

martedì 29 gennaio 2013

Perdo pezzi


PREGHIERA DELL'ANZIANO 
Perdo pezzi
e tu li raccogli
alle spalle, Signore,
tu Dio dell’orfano
e della vedova,
tu Dio dei frammenti,
tu hai compassione
del non intero,
dei pezzi di pane avanzati,
tu che non vuoi
che si perda nessuno.
Perdo pezzi di voce
e di occhi,
di memoria e di cuore.
Dietro alle spalle
tu ti chini e raccogli. 
DON ANGELO CASATI

lunedì 21 gennaio 2013

chiedendo a Dio l'intensità, la freschezza, la voglia che abitano la parola: "io ricomincio"

La grande tradizione della Bibbia ci ha insegnato che tocca a Dio portare a compimento l'opera della mani dell'uomo. Ma, affermando questo, ci ha pure insegnato che le nostre mani contano, che il giardino Dio l'ha affidato all'opera della mani dell'uomo e della donna.
C'è una responsabilità dunque da riprendere in mano con gioia ogni mattina. La responsabilità del giardino, la responsabilità di quell'angolo di mondo che oggi ci viene affidato.
Poter dire ogni mattina, ma con passione: "Io ricomincio". Nonostante gli anni, nonostante le disillusioni, nonostante la pesantezza delle istituzioni, anche religiose.
"Io ricomincio", chiedendo a Dio l'intensità, la freschezza, la voglia che abitano la parola: "io ricomincio".
Ricomincio per l'angolo di giardino che mi è affidato, per la misura che mi è consentita, lontano dalla frustrazione di chi si illudeva di cambiare il mondo, il mondo nella sua interezza.
A Nadia Neri don Lorenzo Milani, con disincanto ma senza pessimismi, scriveva: "Non si può amare tutti gli uomini. Si può amare una classe sola (e questo l'hai capito anche te). Ma non si può nemmeno amare tutta una classe sociale se non potenzialmente. Difatti si può amare solo un numero di persone limitato, forse qualche decina, forse qualche centinaio. E siccome l'esperienza ci dice che è possibile solo questo, mi pare evidente che Dio non ci chieda di più".

Don Angelo Casati

domenica 20 gennaio 2013

riprendiamoci la domenica


Viene spontanea una domanda, e la rivolgo a me per il primo: noi uomini e donne dei tempi nuovi, che siamo diventati capaci di produrre anche ciò che fino a ieri l'altro ci sembrava inimmaginabile, saremo capaci di produrre nuovi "settimi giorni"?
Saremo noi capaci di produrre giorni di riposo, ore di riposo, momenti di riposo? Di un riposo che non è inerzia, ma è "riposare" nella relazione, è ricordare, è leggere in profondità la vita, è ricomporre i frammenti nel mosaico, è godere: sì, dare tempo al godere.
Che senso avrebbe la nostra vita se null'altro fosse se non infilare uno dopo l'altro, senza memorie, incontri, esperienze, avvenimenti? Che senso avrebbe se non ci rimanesse nemmeno il tempo di fissarli nel cuore e di goderne?
E che cosa allora potremmo spartire con gli altri se non la banalità di ciò che non tocca il cuore?
E' finito da poco il mese di maggio e ancora non si è spenta nel cuore l'icona della Vergine, terra dolce e silenziosa in cui trova custodia e riposo ogni cosa.
Di lei è scritto - e più di una volta -: "serbava tutte queste cose nel suo cuore" (Lc. 2,51).
don Angelo Casati

sabato 19 gennaio 2013

non sempre abbiamo avuto e abbiamo occhi e vigilanza per questo esproprio strisciante

Per chiudere in parte il discorso sulla libertà oggi si richiede uno sforzo prolungato, ma anche quando il percorso si fa più lungo la sua parola rende agevole la strada perchè fa soffiare il vento dello spirito alle nostre spalle.

La libertà fa paura a chi sogna un potere assoluto, meglio avere vassalli obbedienti, accoliti del nulla, esecutori plaudenti, meglio una massa pilotabile e acclamante che un popolo maturo di pensanti e resistenti. E, confessiamolo, non sempre abbiamo avuto e abbiamo occhi e vigilanza per questo esproprio strisciante della libertà. Le lusinghe del potere sono altamente seduttive. A tal punto la loro fascinazione che a volte neppure ci si accorge che per un pugno di vantaggi si è sul punto di vendere la libertà. Con esiti di raccapriccio, perché un popolo della dipendenza non può che prefigurare panorami di disgusto.
Non è forse vero che nei giorni di fame, di sete, di stanchezza nel deserto era accaduto agli israeliti, sfuggiti al giogo del faraone, di rimpiangere le pentole della carne e le cipolle d'Egitto? Come se vendere la libertà non costituisse baratto di cecità e di mostruosa insipienza.
La lusinga accompagnò nei secoli futuri il popolo di Dio, che si illuse, succede anche oggi, che rimedio ai problemi cruciali del tempo fosse l'entrata in scena dell'uomo forte, l'uomo della provvidenza. Così gli israeliti pretesero da Dio un re. Ma non erano forse usciti i loro padri dall'Egitto, per sfuggire a una sottomissione? Alla sottomissione a un re, il faraone, che si era fatto come Dio, Dio in terra?
Ebbene Dio rispettò la decisione, ma attraverso le parole del vecchio Samuele mostrò quali sarebbero stati i costi di questa scelta, svelando ciò che sarebbe avvenuto in futuro. Il futuro della concentrazione del potere in uno solo sarebbe stato l'abuso e lo sfruttamento. Li mise sull'avviso: il re, il capo assoluto, avrebbe preso i loro figli per l'esercito; avrebbe preso le loro figlie per il suo harem; avrebbe preso i loro campi, le loro vigne, i loro oliveti più belli, e li avrebbe dati ai suoi ministri, avrebbe preso mano d'opera e bestiame, li avrebbe adoperati per i lavori in casa sua e dei suoi cortigiani. Sembra di leggere una pagina dei nostri tempi, una descrizione impietosa dei meccanismi e degli esiti di un potere che si arroga il diritto di essere assoluto, assoluto e insindacabile, e piega tutto e tutti ai suoi interessi. La Bibbia conosce questa facile perversione del potere, ed è estremamente critica.
Don Angelo Casati