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sabato 31 maggio 2014

una pace che quindi non può essere scalfita neppure dall’ostilità di tutto l’universo


La nota della gioia è rilevata più volte da Luca. La gioia accompagna sempre la conversione ed è un segno d’autenticità della conversione stessa. Così come la gioia accompagna gli Apostoli nelle loro tribolazioni: “si allontanarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati nel nome di Gesù”. Nell’ultima cena, Cristo aveva promesso una pace che non è di questo mondo (cfr. Gv 14,27), una pace che quindi non può essere scalfita neppure dall’ostilità di tutto l’universo. Il discepolo è un uomo libero, che non è turbato da ostilità alcuna: la pace gli rimane dentro, perché gliela dà Dio.
Don Vincenzo Cuffaro

venerdì 22 novembre 2013

ripristinare la vera immagine di Dio, che l’apparato istituzionale del Tempio ha ormai gravemente deformato agli occhi del popolo

Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio” (Mc 11,15-16).
Dietro questo apparato commerciale, installato nel Tempio,
non c’è però solo il culto svuotato di contenuto,
ma anche lo sfruttamento dei poveri,
i quali sono costretti a versare denaro per poter offrire sacrifici e riconciliarsi con Dio.
Così, ci spieghiamo la manifestazione di un’ira impressionante,
che Cristo non esprimerà più in questi termini, durante il suo ministero terreno.
Avrà certo parole durissime per gli scribi e i farisei (cfr. Mt 23),
ma questo episodio del Tempio è davvero unico nel suo genere.
Questo fatto ha anche un notevole valore ecclesiale:
inevitabilmente, dalle nostre comunità emana un’immagine di Dio. 
E’ proprio dall’immagine di Dio emanata dalla comunità cristiana
che molti arrivano rapidamente a conoscere il Padre,
oppure vi arrivano in ritardo,
o addirittura finiscono per rifiutare quel Dio rappresentato dalla comunità con tratti deformati.
Ma, non conoscendo il suo vero volto di Padre,
essi pensano che Dio sia quello che falsamente è stato loro rappresentato.
La preoccupazione primaria di Gesù,
più che allontanare i mercanti è proprio questa:
ripristinare la vera immagine di Dio, che l’apparato istituzionale del Tempio ha ormai gravemente deformato agli occhi del popolo,
impedendogli di conoscere il suo vero volto. (don Vincenzo Cuffaro)

mercoledì 15 febbraio 2012

qualora il discepolo avrà il coraggio di lanciarsi nell’avventura dell’ubbidienza


Lo so che il testo proposto è lungo ma vale la pena (gioia) di leggerlo e magari rileggerlo, alla fine ci rifletterà la verità che è in noi.

“Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta… troverà la sua felicità nel praticarla” (Gc.1.25). Ovviamente, Giacomo allude qui al senso di infelicità e di fatica che l’uomo percepisce dinanzi alla Parola Dio prima ancora di averla messa in pratica. La Parola di Dio molto spesso è percepita come l’indicazione di una meta troppo alta a cui si aggiunge talvolta anche la tentazione dello scoraggiamento, che ci spinge a pensare che il cammino di fede non è per noi e che non ce la faremo mai. Il riferimento di Giacomo alla felicità che si prova nel praticare la Parola, vince questa forma di inganno che afferra l’uomo nel momento della conoscenza del vangelo e delle sue esigenze, ma che lo lascerà immediatamente nell’azione, qualora il discepolo avrà il coraggio di lanciarsi nell’avventura dell’ubbidienza. Insomma, le esigenze del vangelo spaventano solo coloro che non hanno mai tentato di viverlo, ma colui che tenta l’esperimento, trova in esso la propria piena realizzazione.Il testo sposta poi l’attenzione dalla parola dell’uomo alla Parola di Dio, entrambe strettamente collegate, perché la parola umana è il veicolo della Parola di Dio. La Parola di Dio per comunicarsi prende in prestito la parola umana, che diventa così parola ispirata. In questa sezione della lettera si dice che la Parola di Dio è come uno specchio dove l’uomo osserva il proprio volto. A questa osservazione del proprio volto riflesso nello specchio potrebbero conseguire diverse soluzioni: c’è chi dopo essersi guardato si allontana, dimenticandosi; c’è chi decide di migliorare la propria immagine eliminando gli elementi di disarmonia o ricorrendo all’uso dei cosmetici. La Parola di Dio si presenta in primo luogo come una luce di conoscenza, una scoperta di se stessi nella luce della verità di Dio, e in secondo luogo, come una forza trasformante. In maniera indiretta si comprende che tale processo di conoscenza di sé e di perfezionamento personale è un processo doloroso: “Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta… troverà la sua felicità nel praticarla” (v. 25). Ovviamente, Giacomo allude qui al senso di infelicità e di fatica che l’uomo percepisce dinanzi alla Parola Dio prima ancora di averla messa in pratica. La Parola di Dio molto spesso è percepita come l’indicazione di una meta troppo alta a cui si aggiunge talvolta anche la tentazione dello scoraggiamento, che ci spinge a pensare che il cammino di fede non è per noi e che non ce la faremo mai. Il riferimento di Giacomo alla felicità che si prova nel praticare la Parola, vince questa forma di inganno che afferra l’uomo nel momento della conoscenza del vangelo e delle sue esigenze, ma che lo lascerà immediatamente nell’azione, qualora il discepolo avrà il coraggio di lanciarsi nell’avventura dell’ubbidienza. Insomma, le esigenze del vangelo spaventano solo coloro che non hanno mai tentato di viverlo, ma colui che tenta l’esperimento, trova in esso la propria piena realizzazione.
L’immagine dello specchio paragonato alla Parola contiene in sé un altro insegnamento. La Parola è uno specchio nel quale possiamo vedere noi stessi rispecchiati nella verità di Dio. Ma nel momento in cui questo specchio fosse voltato nella direzione degli altri, si cadrebbe in una grave degenerazione. Se è disdicevole guardarsi nello specchio per poi dimenticarsi, lo è ancora di più girare lo specchio nella direzione degli altri perché essi si guardino, mentre noi rimaniamo al sicuro aldilà dello specchio, senza il rischio di essere chiamati in causa. Questo, forse, potrebbe capitare più facilmente ai ministri della Parola, i quali, a forza di mettere lo specchio della Parola davanti agli altri, possono perdere l’abitudine di guardarcisi dentro.
(don Vincenzo Cuffaro)

domenica 24 luglio 2011

una disposizione di nascondimento

“lo trova e lo nasconde” (v. 44).
Il discepolo che trova le ricchezze del regno di Dio nella meditazione della Parola, non è solito dirle ai quattro venti. Le profondità della parola di Dio si gustano nell’intimo, si custodiscono e si considerano nel proprio cuore; ci si nutre di esse e si condividono con coloro che stanno scavando come noi. Il discepolo ha un fondamentale pudore, una disposizione di nascondimento, per cui fugge da tutto quello che lo espone, che lo mette sulla ribalta, e soprattutto non si serve della parola di Dio per farsi notare e per calarsi nel ruolo di maestro di sapienza. Sarà Dio a decidere quando il discepolo deve uscire dal suo nascondimento, per evangelizzare e per comunicare i risultati dei suoi scavi con umiltà e spirito di servizio, a dei destinatari che Dio stesso gli indica (cfr. Mt 10,5-6). (don Vincenzo Cuffaro)