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lunedì 3 maggio 2010

Il cristiano maturo

Afferma Felice Scalia a questo proposito che un cristiano, esclusivamente "indottrinato, può parlare quanto vuole, ma sta sempre al suo posto, non provocando né subendo guai. Uno formato alla passione insaziabile di una schietta fedeltà a Dio e all'uomo è, al contrario, sicuramente un individuo scomodo che non ha vita facile, proprio perché a nessuno la rende tale. Maturo è, forse, chi comincia a smettere di impostare la sua vita nell'esecuzione di leggi esterne e sta imparando ad ascoltare lo Spirito".
A volte l'identikit di una persona che si è smarrita è talmente vago da risultare impossibile disegnarla nella sua realtà; questo complica notevolmente il compito di coloro che la dovrebbero rintracciare. E' molto importante, per il credente di ogni tempo che anela a rapportarsi con Dio, conoscere il suo volto; non si può procedere per via approssimativa. Cristo ha un volto ben delineato nelle caratteristiche esterne e interiori; proprio per questo è credibile quando afferma che, chi osserva il suo viso, vede quello di Dio. Molte cose incerte e approssimative si sentono dire di Dio, anche da parte di persone che si qualificano cristiane e credenti. La gravità di una simile situazione è determinata dal fatto che, da un'imperfetta conoscenza del soggetto deriva un'impossibilità di amarla in modo completo. Afferma San Girolamo che l'ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo; la non conoscenza di lui equivale alla non conoscenza di Dio. Alla base di molte crisi di fede, di abbandono della pratica religiosa, del passaggio a un'altra religione sta l'ignoranza del vangelo. Se ne siamo convinti, vediamo di trarne sagge conclusioni.
http://www.laparola.it/meditaoggi.php

giovedì 22 aprile 2010

Diventare ciò che si è...quello che era sempre stato, il Re Leone.

E’ anche la dinamica dell’amore: Nala, Rafiki amano e quindi non dimenticano, vivono non nella rassegnazione e nel rimpianto del passato ma nel sempre vivo presente dell’amore riuscendo a rimanere fedeli a se stessi e alla propria vocazione. Questo vuol dire “realizzarsi”, diventare reali, far diventare reale quel progetto di vita che sentiamo vivere dentro il nostro cuore. Con la forza di questo amore Nala e Rafiki vanno incontro a Simba e lo risvegliano, chiamandolo. Ed ora Simba, chiamato perché amato, può rispondere e dire ad alta voce il suo nome e sente, ricorda, che egli è chiamato a grandi cose: egli è “molto più di quello che è diventato”, egli può finalmente affrontare il suo passato e diventare quello che è (sempre stato).

Prendere con le proprie mani la propria vita e la propria storia non è facile e fa sempre male, come spiega a Simba Rafiki dando all’improvviso una sonora bastonata sulla sua bella testa leonina, ma il passato, se pur fa male, è anche utile, fecondo: nel momento in cui Rafiki prova a dare una seconda bastonata Simba ha appreso la lezione e schiva il colpo. “Ecco vedi?” dice Rafiki: “Dal passato puoi scappare oppure puoi imparare qualcosa”. Simba capisce: basta fughe da se stesso, basta scappare, meglio è apprendere le lezioni, anche quando sono dolorose, che la vita porta con sé. L’importante è rimanere fedeli a se stessi, realizzare quel progetto che è già inscritto in noi al momento della nascita. “Il vento sta cambiando” osserva il giovane leone e si volge pure lui, col viso determinato e indurito (un po’ come Gesù quando decide di dirigersi verso Gerusalemme), e comincia a correre. “Dove stai andando?” gli chiede Rafiki. “Sto tornando a casa!”.

Il finale del film è scontato: Simba, come Ulisse, ritorna nella sua terra e farà giustizia ridiventando quello che era sempre stato, il Re Leone.