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giovedì 21 aprile 2011

è un capovolgimento della vita e voi ne fate un rito


«Capite quel che vi ho fatto?»
«Io vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto» (Giovanni 13,15)
Un lontano mi scrive parole, che, se non mi sorprendono, mi fanno soffrire. «Non parteciperò al rito del giovedì santo. La lavanda mi ha sempre inchiodato. Forse passa per quest'impressione incancellabile il filo che mi tiene ancora avvinto, in un certo senso, alla chiesa. Ma se ci tornassi quest'anno con l'animo che mi hanno fatto gli avvenimenti all'insaputa di me stesso, mi verrebbe la tentazione di gridare anche contro di voi, che pur mostrate di capire tante cose: capite voi quello che fate? - Forse non l'avete mai capito: certo, adesso, non lo capite più. Quell'azione è un capovolgimento della vita e voi ne fate un rito».
Amico caro e lontano, nella mia chiesa non si fa la funzione del Mandato, ma il vangelo che lo racconta, lo leggo ugualmente a bassa voce - il tono dell'indegnità che si confessa - davanti al cenacolo, dopo l'Ufficio delle tenebre, quando non ci si vede più e ci si può vergognare di noi stessi senza falsi pudori. Lo leggo per me e, se vuoi, anche per te e per qualcun altro che soffre come noi, quantunque le parole decisive non si possano leggere che per sé...

Amico lontano e caro, non ti dico: torna anche quest'anno al rito del Mandato. Non ti dico neppure: non chiederti se noi comprendiamo quello che il Cristo ha fatto.
Appunto perché hai l'impressione che nelle nostre chiese ciò che tu giustamente chiami il capovolgimento sia in pericolo di diventare una semplice «forma rituale», io ti scongiuro di non fermarti quest'anno nella navata della tua chiesa, spettatore indeciso e indisposto. Portati avanti, fino alla tavola eucaristica per «levarti» subito dopo la comunione, non come un commensale qualunque, ma come un servo dell'Amore che deve cambiare il mondo.
I «capovolgimenti» non si attendono, si fanno. 
«Se sapete queste cose, 
  siete beati se le fate».

  Don Primo Mazzolari Dietro la croce

venerdì 1 aprile 2011

Schiavi di tutte le tirannie degli uomini

Il Getsemani o Frantoio è l’ora cruciale d’un’agonia per nulla paragonabile a quella del deserto.

Il deserto fu la tentazione della mente e dell’orientamento: il Getsemani gli prende il cuore.
Nel calice presentatogli c’è dentro:  il tuo amore non sarà ricambiato; il tuo amore non sarà capito; il
tuo amore sarà rifiutato; il tuo amore sarà crocifisso.
—  Da chi?
— Da me; da tutti.
Dai discepoli che s’addormentano, mentre tu sudi sangue; da colui che poco fa metteva la sua mano nel
tuo piatto; da colui che giurava d’esser pronto a morire per te; da colui che ha riposato sul tuo cuore...
Ognun ti fugge. Ti lascian solo come un lebbroso... Hai la lebbra dell’amore!
—  Da me; da tutti.
Son secoli e secoli che gridiamo contro l’agonizzante: —Non vogliamo che egli regni su di noi.
Schiavi di tutte le tirannie degli uomini piuttosto che «amici dello Sposo».

DON PRIMO MAZZOLARI, Dietro la croce, 41-45
prima edizione: 1942

lunedì 28 marzo 2011

non si sa dove porre il proprio cuore


Ma la fede non esclude lo strazio degli occhi che vedono l’amarezza del calice. «L’anima mia è oppressa da tristezza mortale...

E si gettò con la faccia a terra pregando e dicendo: Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice»
(Matteo 26,38-39).
Adesso mi par di comprendere qualche cosa.
Il dare è cosa difficile poiché non si sa dove porre il proprio cuore.
Se io rinuncio a star bene per voler bene... son proprio coloro che non mi capiscono o mi capiscono
male, che mi giudicano un ambizioso, un arruffapopolo... Poi m’insultano, mi denunciano, mi
rinnegano, mi condannano, mi crocifiggono...
Vorrei difendermi.
—  È il mio amore, capite. Non colpitemi la faccia. Ecco l’ora delle tenebre: lo scandalo dell’amore. Gesù
è passato nel fondo di questa valle.
DON PRIMO MAZZOLARI, Dietro la croce,

giovedì 13 gennaio 2011

Chi non vuol essere importunato dice che nessuno ha sete

«Ho sete» (Gv 19,28). Tutte le seti nella sete del Signore: la sete del disperso e del ferito: la sete di tenerezza del lontano; la sete di giustizia del conculcato; la sete di patria dell'esule; la sete di gioia terrena dell'uomo; la sete di gioia eterna del santo. So che qualcuno riesce a chiudersela nel cuore la propria sete, senza gridarla. Quello è certo un uomo forte: cioè più di un uomo o meno di un uomo. Io sono un pover'uomo e chiedo una goccia d'acqua a tutte le fonti, una parola d'amore a tutti i cuori. Se chiedo, - sono un mendìco, è vero - ma quanta fede nel Signore cela la mia povertà!Se oso domandargli una goccia d'acqua vuol dire che c'è la goccia d'acqua, ch'essa fu voluta dalla sua onnipotenza, pensata dalla sua carità proprio per la mia sete di oggi. Per tutte le labbra riarse mandano acque le fonti del Signore, stillano rugiada le erbe del Signore: si donano al sole le nevi e i ghiacciai del Signore. Su ogni Calvario c'è sempre una canna e una spugna per arrivare alle labbra del Signore. Chi non vuol essere importunato dice che nessuno ha sete. Lasciate che il Morente ci trapassi il cuore col suo grido: «Ho sete».
don Primo Mazzolari, Dietro la croce, 52