martedì 21 gennaio 2014

Parlavo di una "cosmesi" della morte, appunto perché noi cerchiamo di abbellire il consumarsi del tempo, che della morte è il simbolo, esaltandoci nel consumo di beni illusoriamente duraturi.


Anche l'ambizione del dominio,
inteso come esasperazione
della forza, della riuscita, del successo in ogni campo della vita,
è un modo illusorio di possedere il tempo.
Il potere, per esempio quello politico,
coltivato come fine a se stesso,
come ebbrezza della propria potenza e del proprio dominio sull'altro,
genera l'impressione di poter durare a dispetto del tempo,
prolunga la fantasia di attraversarne il logorio senza esserne travolti.
Infine, la spasmodica ricerca del godimento in ogni forma,
mira a neutralizzare il tempo,
è una sfida alla sua caducità.
Riempire il giorno e la notte di eccitazioni,
concentrarsi puntigliosamente nella cura del proprio piacere corporeo,
del proprio benessere fisico e psichico,
significa aggrapparsi alla vita biologica,
pensando che il tempo del suo godimento
sia tutto il bene di cui possiamo disporre.
Ostentare ricchezza, potere, sicurezza, salute, attivismo,
sono tutti espedienti per esorcizzare l'angoscia del tempo che ci sfugge dalle mani. Parlavo di una "cosmesi" della morte,
appunto perché noi cerchiamo di abbellire il consumarsi del tempo,
che della morte è il simbolo,
esaltandoci nel consumo di beni illusoriamente duraturi.
L'esorcismo funziona come un "trucco" escogitato
per prolungare la nostra partita con la morte;
eppure sappiamo che la partita non potrà durare all'infinito,
e la morte avrà l'ultima mossa.

lunedì 20 gennaio 2014

Se ci incalza, affrontiamolo con foga, in modo da ricavarne tutte le soddisfazioni possibili prima di esserne sconfitti. Se ci svuota di energie, preveniamolo con astuzia, stipandolo di beni e di benessere senza perdere neppure un istante. Sono tanti i modi di riempire il tempo per illudersi di possederlo.


"Il seme caduto in mezzo alle spine sono coloro che... si lasciano sopraffare dalle preoccupazioni dalla ricchezza e dai piaceri della vita" (Lc 6,14).
"Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose" (Lc 10,41).
Le parole di Gesù fanno riferimento a un'esperienza universale:
quella della voglia di spremere dal presente tutto il possibile,
dell'ossessione di utilizzare tutti gli attimi e le risorse del tempo a disposizione
per esaltare l'importanza di ciò che si è e di ciò che si ha.
"Il tempo è denaro",
dice un proverbio e bisogna darsi da fare perché fruttifichi al massimo!
Il proverbio latino corrispondente è il carpe diem:
afferra l'attimo fuggente!
"Quant'è bella giovinezza /
che si fugge tuttavia /
Chi vuol essere lieto sia: /
di doman non c'è certezza".
Insomma, se il tempo fugge,
inseguiamolo senza tregua,
per averne il più possibile a nostro vantaggio.
Se ci incalza, affrontiamolo con foga,
in modo da ricavarne tutte le soddisfazioni possibili prima di esserne sconfitti.
Se ci svuota di energie,
preveniamolo con astuzia,
stipandolo di beni e di benessere senza perdere neppure un istante.
Sono tanti i modi di riempire il tempo per illudersi di possederlo.
Il denaro anzitutto.
Se il tempo è denaro, l'accumulo del denaro e
la libertà di spenderlo mi convincono di essere padrone del tempo:
del mio e di quello degli altri.
E posso arrivare a pensare che il mio tempo vale molto,
solo perché costa molto denaro;
o che il tempo degli altri vale poco,
solo perché io posso comprarlo per il mio vantaggio.

domenica 19 gennaio 2014

Un vero e proprio interdetto avrebbe investito i nostri paesi dove la progressiva medicalizzazione della malattia e della vecchiaia, con il relativo sequestro dei sofferenti e degli anziani ai margini del tempo socialmente condiviso, porta sempre più a considerare le situazioni limite come estranee alle condizioni della vita ordinaria.


Due sono le vie attraverso le quali cerchiamo
di sfuggire al problema della fine irreparabile del tempo,
di esorcizzare l'immagine della morte
che fa capolino in ogni piccolo o grande affanno per la vita.
Esse sono l'ostentazione del nostro dominio sul tempo
e l'ossessione di sfuggire in tutti i modi possibili al suo dominio su di noi.
Uno storico contemporaneo giunge,
 attraverso un'ampia ricognizione del tema,
alla seguente constatazione:
la progressiva emarginazione della morte nelle moderne società industriali.
Un vero e proprio interdetto avrebbe investito i nostri paesi dove la progressiva medicalizzazione della malattia e della vecchiaia,
con il relativo sequestro dei sofferenti e degli anziani ai margini del tempo socialmente condiviso,
porta sempre più a considerare le situazioni limite come estranee alle condizioni della vita ordinaria.
Tale fenomeno di esorcizzazione della fine è tuttavia assai più vasto.
Nelle pagine successive vorrei aiutare a smascherare questa operazione di cosmesi della morte,
che è nella sostanza una vera e propria perversione del significato del tempo,
perché ci fa vivere in una pericolosa illusione,
ci allontana dalla vera comprensione di noi stessi
e dall'unico modo che abbiamo di possedere davvero la nostra esistenza.

sabato 18 gennaio 2014

Noi sentiamo - in qualche momento come una fitta dell'animo - che il nostro vivere consiste proprio nell'avere tempo, e non averne più significa morire.


Non è la mancanza di tempo in quanto tale che ci assedia e ci inquieta,
e neppure la molteplicità degli impegni
che sembrano gravare su di noi o la complessità dei problemi da risolvere.
E' piuttosto la percezione del fatto
che il senso della nostra esistenza dipende strettamente dal tempo.
Noi sentiamo - in qualche momento come una fitta dell'animo -
che il nostro vivere consiste proprio nell'avere tempo,
e non averne più significa morire.
D'altra parte, nulla di ciò che di buono riusciamo a compiere o ad ottenere,
riesce a fermare il tempo, a trattenerlo in modo stabile e definitivo nella nostra vita. Tutto infatti, non appena è raggiunto,
di nuovo deve affrontare il tempo che passa:
con le sue incognite, con il declino che lo accompagna.
E' dunque il tempo stesso,
nel suo inesorabile trascorrere,
nel suo muto linguaggio di finitezza,
nel suo implacabile andare verso la fine
che genera angoscia e bisogno di fuga.
Il tempo che passa risuona in noi
come una continua rivelazione della nostra condizione di esseri limitati e avviati impietosamente senza scampo verso la morte.
Di questo, in fondo, abbiamo paura e ce ne difendiamo in tutti i modi.

venerdì 17 gennaio 2014

L'ansia che ci prende al pensiero dello scorrere del tempo non dipende dal numero delle ore che abbiamo a disposizione.16 1


La parola "Non ho tempo"
la diciamo e l'ascoltiamo così spesso
che ci pare come un condensato dell'esperienza comune.
Noi abbiamo un'acuta percezione della sproporzione
tra il tempo che abbiamo e le sempre più numerose opportunità a nostra disposizione,
e insieme le molteplici scadenze, urgenze, attese che ci incalzano.
Ma se potessimo dilatare a dismisura il nostro tempo,
se potessimo avere,
come talora ci capita di desiderare,
una giornata di quarantotto ore invece di ventiquattro,
la nostra inquietudine si placherebbe?
Certo, riusciremmo a fare molte più cose (almeno lo pensiamo).
E' però questo ciò di cui abbiamo bisogno?
Non credo.
L'ansia che ci prende al pensiero dello scorrere del tempo
non dipende dal numero delle ore che abbiamo a disposizione.

giovedì 16 gennaio 2014

Il vigilare non è dunque un atteggiamento marginale della vita cristiana, ma ne riassume la tensione caratteristica verso il futuro di Dio congiungendola con l'attenzione e la cura per il momento presente.


L'ammonizione a "vegliare", a "stare attenti", ad "aver cura",
è ripresa dagli apostoli e dai discepoli in tante occasioni:
"Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge...
Vigilate, ricordando che per tre anni notte e giorno, non ho cessato di ammonire tra le lacrime ciascuno di voi" (At 20,28.31);
"Vigilate, siate saldi nella fede, siate uomini siate forti" (1 Cor 16,13);
 "Siate sobri, vigilate! il vostro avversario, il diavolo, si aggira cercando chi divorare" (1 Pt 5,8).
Si tratta di un vegliare su di sé (cf 2 Gv 8), sulla propria condotta (cf Ef 5,15), sul ministero ricevuto (cf Col 4,17).
La vigilanza raccomandata dal Nuovo Testamento riguarda tutto l'uomo - spirito, anima e corpo (cf 1 Ts 5,23) e investe tutte le sfere relazionali della persona:
la relazione con se stesso, con le cose, con gli altri, con Dio.
I Padri del deserto fanno eco alle esortazioni neotestamentarie:
"Non abbiamo bisogno di nient'altro che di uno spirito vigilante", dice Abba Poemen.
E Basilio, il grande padre della Chiesa contemporaneo di s. Ambrogio, termina le sue Regole morali domandandosi:
"Che cosa è proprio del cristiano?
Vigilare ogni giorno e ogni ora ed essere pronto nel compiere perfettamente ciò che è gradito a Dio, sapendo che all'ora che non pensa il Signore viene".
In una omelia afferma:
"Non basterebbe il giorno intero se cominciassi a esporre tutta la portata del comando: Sta attento a te stesso, sii vigilante" (1).
Il vigilare non è dunque un atteggiamento marginale della vita cristiana,
ma ne riassume la tensione caratteristica verso il futuro di Dio congiungendola con l'attenzione e la cura per il momento presente.
Il vigilare diviene particolarmente attuale in tempi di crisi o di smarrimento,
quando cioè la mancanza di prospettive storiche
unita a una certa abbondanza di beni materiali
rischia di addormentare la coscienza nel godimento egoistico di quanto si possiede,
dimenticando la gravità dell'ora e il bisogno di scelte coraggiose e austere.
Carlo Maria Martini  "Sto alla porta" 1992- 94

mercoledì 15 gennaio 2014

un grande tesoro: quello della nostra chiamata a possedere con pace un tempo non più mangiato dal ritmo inesorabile del cronometro, bensì colmo di una pienezza che non delude

Dopo aver presentato l'esame di Coscienza riprendiamo alcune riflessioni che troviamo nella lettera

di Carlo Maria Martini  "Sto alla porta" 1992- 94

Ma se io, Signore,

Quante volte ci scusiamo di fronte a cose
che pure riteniamo di dover fare
- come tener compagnia a una persona sola,
scrivere una lettera di auguri a un amico,
ascoltare un bisognoso -,
dicendo: "Mi scusi, ma non ho proprio tempo".
Forse pochi di noi sospettano che tale esperienza così quotidiana
e spesso così deprimente
nasconde un grande tesoro:
quello della nostra chiamata a possedere con pace un tempo
non più mangiato dal ritmo inesorabile del cronometro,
bensì colmo di una pienezza che non delude;
un tempo vero,
proprio tutto per noi
e per gli altri,
da spendere con gioia,
armonia,
entusiasmo,
freschezza e
pace.
Carlo Maria Martini  "Sto alla porta" 1992- 94