martedì 6 maggio 2014

La forza di questa sapienza ispirata deriva dal pieno coinvolgimento personale di Stefano nel disegno Dio e nella verità che lui testimonia vivendola fino in fondo, tanto che sarà capace di morire per essa.


At 7,51-8,1 “Signore Gesù, accogli il mio spirito”
Salmo 31 “Alle tue mani, Signore, affido la mia vita”
Gv 6,0-35 “Non Mosè, ma il Padre mio vi da il pane dal cielo”


Abbiamo già visto come, nel brano della prima lettura di ieri, il Signore sostiene la testimonianza dei suoi servi. La divina convalida dell’autenticità dei servi di Dio, non avviene in primo luogo in maniera carismatica, bensì mediante la forza della verità che si irradia nella vita e nella parola di chi vive nello Spirito. Il momento della convalida carismatica della santità di Stefano, infatti, come abbiamo già visto, arriva soltanto alla fine del brano, quando contro di lui si erge la durezza e la persecuzione della sinagoga. Ma in un primo momento, la maniera normale con cui Dio convalida la sua santità, non è il miracolo, né il segno carismatico. È soltanto la luminosità della propria vita, dinanzi alla quale si ha l’impressione di un messaggio che s’impone con la forza stessa della verità, appunto perché non è fatto esclusivamente di parole, ma è un messaggio che emana, per così dire, dalla persona del servo di Dio. Per questa ragione, Luca, autore degli Atti, nel raccontare il brano della persecuzione contro Stefano, sottolinea il fatto che egli parla con una sapienza ispirata e irresistibile per i suoi avversari. Non si tratta quindi di parole, di retorica, o di argomentazioni persuasive. La forza di questa sapienza ispirata deriva dal pieno coinvolgimento personale di Stefano nel disegno Dio e nella verità che lui testimonia vivendola fino in fondo, tanto che sarà capace di morire per essa. Stefano attribuisce al peccato contro lo Spirito l’incapacità della sinagoga giudaica di riconoscere la verità della sua testimonianza. In termini pratici: tutte le volte in cui ci si trova davanti una persona che vive la sua fede cristiana fino in fondo, e che esprime con la sua vita un messaggio convincente, il fatto di rifiutare tale messaggio costituisce in se stesso un peccato contro lo Spirito. Si può resistere, infatti, a una testimonianza fatta di parole, che magari non reggono al confronto con la vita di chi le ha pronunciate; ma quando la parola della testimonianza cristiana è pienamente armonizzata con la vita del testimone, e questo messaggio non è accolto come veritiero dai suoi destinatari, allora in ciò si può dire senz’altro che consista una delle forme del peccato contro lo Spirito. 
Don Vincenzo Cuffaro 

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