Se ti sei innamorato una volta, sai ormai distinguere la vita da ciò che è supporto biologico e sentimentalismo, sai ormai distinguere la vita dalla sopravvivenza. Sai che la sopravvivenza significa vita senza senso e sensibilità, una morte strisciante: mangi il pane e non ti tieni in piedi, bevi acqua e non ti disseti, tocchi le cose e non le senti al tatto, annusi il fiore e il suo profumo non arriva alla tua anima. Se però l'amato è accanto a te, tutto, improvvisamente, risorge, e la vita ti inonda con tale forza che ritieni il vaso d'argilla della tua esistenza incapace a sostenerla. Tale piena della vita è l'eros. Non parlo di sentimentalismi e di slanci mistici, ma della vita, che solo allora diventa reale e tangibile, come se fossero cadute squame dai tuoi occhi e tutto, attorno a te, si manifestasse per la prima volta, ogni suono venisse udito per la prima volta, e il tatto fremesse di gioia alla prima percezione delle cose. Tale eros non è privilegio né dei virtuosi né dei saggi, è offerto a tutti, con pari possibilità. Ed è la sola pregustazione del Regno, il solo reale superamento della morte. Perché solo se esci dal tuo Io, sia pure per gli occhi belli di una zingara, sai cosa domandi a Dio e perché corri dietro di Lui.
sabato 9 luglio 2011
sai ormai distinguere la vita dalla sopravvivenza
Se ti sei innamorato una volta, sai ormai distinguere la vita da ciò che è supporto biologico e sentimentalismo, sai ormai distinguere la vita dalla sopravvivenza. Sai che la sopravvivenza significa vita senza senso e sensibilità, una morte strisciante: mangi il pane e non ti tieni in piedi, bevi acqua e non ti disseti, tocchi le cose e non le senti al tatto, annusi il fiore e il suo profumo non arriva alla tua anima. Se però l'amato è accanto a te, tutto, improvvisamente, risorge, e la vita ti inonda con tale forza che ritieni il vaso d'argilla della tua esistenza incapace a sostenerla. Tale piena della vita è l'eros. Non parlo di sentimentalismi e di slanci mistici, ma della vita, che solo allora diventa reale e tangibile, come se fossero cadute squame dai tuoi occhi e tutto, attorno a te, si manifestasse per la prima volta, ogni suono venisse udito per la prima volta, e il tatto fremesse di gioia alla prima percezione delle cose. Tale eros non è privilegio né dei virtuosi né dei saggi, è offerto a tutti, con pari possibilità. Ed è la sola pregustazione del Regno, il solo reale superamento della morte. Perché solo se esci dal tuo Io, sia pure per gli occhi belli di una zingara, sai cosa domandi a Dio e perché corri dietro di Lui.
entra anche il buon Dio e mi insegna tutte le cose proibite dai tuoi regolamenti
Diario clandestino (Dalla conversazione “Baracca 18” Lager di Beniaminovo–1944)
di Giovanni Guareschi
Signora Germania
Signora Germania, tu mi hai messo tra i reticolati, e fai la guardia perché io non esca. E’ inutile signora Germania: io non esco, ma entra chi vuole. Entrano i miei affetti, entrano i miei ricordi. E questo è niente ancora, signora Germania: perché entra anche il buon Dio e mi insegna tutte le cose proibite dai tuoi regolamenti.
Signora Germania, tu frughi nel mio sacco e rovisti fra i trucioli del mio pagliericcio. E’ inutile signora Germania: tu non puoi trovare niente, e invece lì sono nascosti documenti d’importanza essenziale. La pianta della mia casa, mille immagini del mio passato, il progetto del mio avvenire. E questo è ancora niente, signora Germania. Perché c’è anche una grande carta topografica al 25.000 nella quale è segnato, con estrema precisione il punto in cui potrò ritrovare la fede nella giustizia divina.
Signora Germania, tu ti inquieti con me, ma è inutile. Perché il giorno in cui, presa dall’ira farai baccano con qualcuna delle tue mille macchine e mi distenderai sulla terra, vedrai che dal mio corpo immobile si alzerà un altro me stesso, più bello del primo. E non potrai mettergli un piastrino al collo perché volerà via, oltre il reticolato, e chi s’è visto s’è visto.
L’uomo è fatto così, signora Germania: di fuori è una faccenda molto facile da comandare, ma dentro ce n’è un altro e lo comanda soltanto il Padre Eterno. E questa è la fregatura per te signora Germania.
di Giovanni Guareschi
Signora Germania, tu mi hai messo tra i reticolati, e fai la guardia perché io non esca. E’ inutile signora Germania: io non esco, ma entra chi vuole. Entrano i miei affetti, entrano i miei ricordi. E questo è niente ancora, signora Germania: perché entra anche il buon Dio e mi insegna tutte le cose proibite dai tuoi regolamenti.
Signora Germania, tu frughi nel mio sacco e rovisti fra i trucioli del mio pagliericcio. E’ inutile signora Germania: tu non puoi trovare niente, e invece lì sono nascosti documenti d’importanza essenziale. La pianta della mia casa, mille immagini del mio passato, il progetto del mio avvenire. E questo è ancora niente, signora Germania. Perché c’è anche una grande carta topografica al 25.000 nella quale è segnato, con estrema precisione il punto in cui potrò ritrovare la fede nella giustizia divina.
Signora Germania, tu ti inquieti con me, ma è inutile. Perché il giorno in cui, presa dall’ira farai baccano con qualcuna delle tue mille macchine e mi distenderai sulla terra, vedrai che dal mio corpo immobile si alzerà un altro me stesso, più bello del primo. E non potrai mettergli un piastrino al collo perché volerà via, oltre il reticolato, e chi s’è visto s’è visto.
L’uomo è fatto così, signora Germania: di fuori è una faccenda molto facile da comandare, ma dentro ce n’è un altro e lo comanda soltanto il Padre Eterno. E questa è la fregatura per te signora Germania.
venerdì 8 luglio 2011
mi convinsi che non era temerario sostenere la fede cattolica
da Agostino di Ippona, Confessioni, V,13,23-24
Incontrai il vescovo Ambrogio, noto a tutto il mondo come uno dei migliori, e tuo devoto servitore. In quel tempo la sua eloquenza dispensava strenuamente al popolo la sostanza del tuo frumento, la letizia del tuo olio e la sobria ebbrezza del tuo vino. A lui ero guidato inconsapevole da te, per essere da lui guidato consapevole a te. Quell'uomo di Dio mi accolse come un padre e gradì il mio pellegrinaggio proprio come un vescovo. Io pure presi subito ad amarlo, dapprima però non certo come maestro di verità, poiché non avevo nessuna speranza di trovarla dentro la tua Chiesa, bensì come persona che mi mostrava benevolenza. Frequentavo assiduamente le sue istruzioni pubbliche, non però mosso dalla giusta intenzione: volevo piuttosto sincerarmi se la sua eloquenza meritava la fama di cui godeva, ovvero ne era superiore o inferiore. Stavo attento, sospeso alle sue parole, ma non m'interessavo al contenuto, anzi lo disdegnavo. La soavità della sua parola m'incantava. Era più dotta, ma meno gioviale e carezzevole di quella di Fausto quanto alla forma; quanto alla sostanza però, nessun paragone era possibile: l'uno si sviava nei tranelli manichei, l'altro mostrava la salvezza nel modo più salutare. [...]
Non badavo dunque a imparare i temi, ma solo ad ascoltare i modi della sua predicazione. Sfiduciato ormai che all'uomo si aprisse la via per giungere a te, conservavo questo futile interesse. Pure, insieme alle parole, da cui ero attratto, giungevano al mio spirito anche gli argomenti, per cui ero distratto. Non potevo separare gli uni dalle altre, e mentre aprivo il cuore ad accogliere la sua predicazione feconda, vi entrava insieme la verità che predicava, sia pure per gradi. Dapprima, incominciai a rendermi conto ormai che anche le sue tesi erano difendibili, e ormai mi convinsi che non era temerario sostenere la fede cattolica, benché fino ad allora fossi stato persuaso che nessun argomento si potesse opporre agli attacchi dei manichei.
giovedì 7 luglio 2011
pronto ad essere padre a mia volta e a spiegare a mio figlio bambino come ogni destino si unisce si confonde e si intreccia in comune con le altre persone
Jovanotti con la canzone Mario racconta della strage di via Fani e di suo padre Mario
Mi ricordo da bambino che mio padre era spesso arrabbiato con me
e non sapevo perché.
Ritornavo dalla scuola verso l'una e quaranta
e la fame era tanta,
con mia madre che diceva che c'è?
Lorenzo dimmi che c'è?
Come è andata come mai non mi dici mai niente?
Ma che razza di gente, questi figli che ho.
Certe volte non so
cosa ho fatto per vedervi dire sempre di no,
non lo so.
Non lo so ma ti droghi? Fai vedere le braccia,
ma che razza di faccia.
Non mi piace per niente
quella razza di gente
con la quale ti vedi.
Ma che cosa ti credi
che tuo padre ed io non ti vogliamo bene?
Sempre le stesse scene
ogni giorno ogni sera
quella stessa atmosfera.
Mentre mio padre mi vedeva crescere
lui mi sembrava non potesse invecchiare
mentre crescevo tre centimetri l'anno
lui era sempre uguale.
Mi ricordo a dodici anni un pomeriggio di sole mi portò a un funerale,
ma era uno speciale,
che non c'era neanche un morto parente,
neanche un conoscente,
solo un sacco di gente
seria molto composta
una specie di festa al contrario.
E mio padre Mario
mi diceva: quando avrai un po' più anni
potrai dire io c'ero
ai funerali degli agenti della scorta di Moro.
Questa sera quasi ventisette anni sto leggendo il giornale
e di quel funerale
mi risale l'immagine in mente
e ho chiarissimo in testa quel concetto di festa al contrario
e di mio padre Mario
che per come era sempre severo
mi appariva sincero
nel dolore del restare impotente
insieme a molta altra gente
che sostava di fronte al potere di pochi
sulla vita di molti
e a quei volti sconvolti
delle madri delle mogli dei parenti e dei figli degli agenti della scorta di Moro
e mio padre Mario era così serio.
E mi teneva sulla testa una mano.
Quel pomeriggio è lontano quasi venti anni fa,
i negozi che chiudevano in tutta la città,
ogni cosa era strana.
Nella mia fantasia non capivo
perché in giro c'era tutta quella polizia,
le sirene spiegate,
le serrande abbassate.
Sono più grande ma le cose non sono cambiate.
La mia mano è più grande e mio padre più anziano,
la mia mamma si preoccupa perché sono lontano.
Questa storia che ho detto con la rima baciata
non so forse neanche io perché ve l'ho raccontata,
forse il centro di tutto è quella mano che mio padre mi appoggiò sulla testa,
questo è quanto mi resta.
Un ricordo profondo
grande come il mondo,
questo gesto che mio padre ebbe il cuore di fare,
questo gesto d'amore mille volte più potente di un pugno
in questa notte di giugno
in cui scrivo
mi fa essere vivo,
pronto ad essere padre a mia volta e a spiegare a mio figlio bambino
come ogni destino
si unisce si confonde e si intreccia in comune con le altre persone.
Gli dirò che ogni schiaffo ed ogni pugno che è dato,
ogni piccolo diritto che nel mondo è violato,
è una ferita per tutti gli esseri della terra
e finché non c'è giustizia ci sarà sempre guerra.
fin dal mattino, apriamo la nostra anima alle piccole solitudini della giornata
Come colui che lascia Parigi per il deserto sorride da lontano alla solitudine;
come il viaggiatore che attende con cuore ansioso le lunghe giornate al mare;
come il monaco che accarezza con gli occhi i muri della sua clausura,
così, fin dal mattino, apriamo la nostra anima alle piccole solitudini della giornata.
Perché
le nostre piccole solitudini sono grandi,
esaltanti, sante al pari di tutti i deserti del mondo;
esse, che sono abitate da Dio stesso, il Dio che fa santa la solitudine.
Solitudine del nero asfalto che separa la nostra casa dalla fermata del tram, solitudine di un banchetto al quale altri esseri portano la loro parte di mondo, solitudine dei lunghi corridoi in cui scorre il flusso continuo di tutte le vite in cammino verso una nuovo giornata.
Solitudine dei momenti in cui, accovacciati davanti alla stufa, si attende la fiamma del pezzetto di legna prima di mettere il carbone;
solitudine della cucina davanti alla pentola dei legumi.
Solitudine quando si lucida ginocchioni il pavimento, lungo il sentiero dell'orto in cui si va a cogliere un mazzo d'insalata.
Piccole solitudini della scala che si scende e si sale cento volte al giorno.
Solitudine delle lunghe ore di bucato, di rammendo, di stiratura.
Solitudini che potremmo temere e che sono lo svuotamento del nostro cuore:
persone care che se ne vanno e che vorremmo con noi;
amici che si aspettano e che non arrivano;
cose che si vorrebbero dire e che nessuno ascolta;
estraneità del nostro cuore in mezzo agli uomini.
Il primo passo verso la solitudine è una partenza.
Il vero deserto lo si raggiunge, nel duplice senso del termine, prendendo il treno, la nave o l'aereo.
Noi non sappiamo distinguere le numerose piccole partenze che si susseguono in una giornata perché non arriviamo mai alle solitudini che sono nostre, alle solitudini che ci sono state preparate.
Per il solo fatto che uno stato di solitudine non è separato da noi che dallo spessore di una porta o dal periodo di un quarto d'ora, non gli riconosciamo il suo valore di eternità, non lo prendiamo sul serio, non lo affrontiamo come un complesso unitario, adatto alle rivelazioni essenziali.
Poiché il nostro cuore non sa attendere, i pozzi di solitudine di cui sono disseminate le nostre giornate ci rifiutano l'acqua vitale di cui traboccano. Noi abbiamo la superstizione del tempo.
Se “il nostro amore richiede tempo”,
l'amore di Dio si fa gioco delle ore,
e un'anima disponibile può essere sconvolta da Lui in un istante.
“Ti condurrò nella solitudine e parlerò al tuo cuore”.
Se le nostre solitudini sono per noi dei cattivi conduttori della Parola,
è perché il nostro cuore è assente.
tratto da AA.VV., La solitudine, 1966 Madeleine Delbrêl
come il viaggiatore che attende con cuore ansioso le lunghe giornate al mare;
come il monaco che accarezza con gli occhi i muri della sua clausura,
così, fin dal mattino, apriamo la nostra anima alle piccole solitudini della giornata.
Perché
le nostre piccole solitudini sono grandi,
esaltanti, sante al pari di tutti i deserti del mondo;
esse, che sono abitate da Dio stesso, il Dio che fa santa la solitudine.
Solitudine del nero asfalto che separa la nostra casa dalla fermata del tram, solitudine di un banchetto al quale altri esseri portano la loro parte di mondo, solitudine dei lunghi corridoi in cui scorre il flusso continuo di tutte le vite in cammino verso una nuovo giornata.
Solitudine dei momenti in cui, accovacciati davanti alla stufa, si attende la fiamma del pezzetto di legna prima di mettere il carbone;
solitudine della cucina davanti alla pentola dei legumi.
Solitudine quando si lucida ginocchioni il pavimento, lungo il sentiero dell'orto in cui si va a cogliere un mazzo d'insalata.
Piccole solitudini della scala che si scende e si sale cento volte al giorno.
Solitudine delle lunghe ore di bucato, di rammendo, di stiratura.
Solitudini che potremmo temere e che sono lo svuotamento del nostro cuore:
persone care che se ne vanno e che vorremmo con noi;
amici che si aspettano e che non arrivano;
cose che si vorrebbero dire e che nessuno ascolta;
estraneità del nostro cuore in mezzo agli uomini.
Il primo passo verso la solitudine è una partenza.
Il vero deserto lo si raggiunge, nel duplice senso del termine, prendendo il treno, la nave o l'aereo.
Noi non sappiamo distinguere le numerose piccole partenze che si susseguono in una giornata perché non arriviamo mai alle solitudini che sono nostre, alle solitudini che ci sono state preparate.
Per il solo fatto che uno stato di solitudine non è separato da noi che dallo spessore di una porta o dal periodo di un quarto d'ora, non gli riconosciamo il suo valore di eternità, non lo prendiamo sul serio, non lo affrontiamo come un complesso unitario, adatto alle rivelazioni essenziali.
Poiché il nostro cuore non sa attendere, i pozzi di solitudine di cui sono disseminate le nostre giornate ci rifiutano l'acqua vitale di cui traboccano. Noi abbiamo la superstizione del tempo.
Se “il nostro amore richiede tempo”,
l'amore di Dio si fa gioco delle ore,
e un'anima disponibile può essere sconvolta da Lui in un istante.
“Ti condurrò nella solitudine e parlerò al tuo cuore”.
Se le nostre solitudini sono per noi dei cattivi conduttori della Parola,
è perché il nostro cuore è assente.
tratto da AA.VV., La solitudine, 1966 Madeleine Delbrêl
mercoledì 6 luglio 2011
il suo stato principesco, la meraviglia della sua natura: attendere, attendere, attendere
Mille candele danzanti p. 23 Christian Bobin
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