lunedì 21 febbraio 2011

la storia reale e vera


E' un libro che voglio prendere, un libro che voglio legge, un libro che voglio vivere... intanto mi siedo a bordo pista e spio quello che avviene sulla scena, nel gioco di rimandi della riflessione che proietta il fascio di luce dove avviene lo spettacolo... (sorp)rendendomi conto lentamente...

Lentamente ho cominciato a rendermi conto che nel grande circo, pieno di domatori di leoni e di trapezisti, che con le loro strabilianti acrobazie richiamano la nostra attenzione, la storia reale e vera era raccontata dai ‘clown’. I clown non stanno al centro degli eventi. 
Essi appaiono tra una grande esibizione e l’altra, si muovono goffamente, cadono e ci fanno sorridere di nuovo dopo la tensione creata dagli eroi che veniamo ad ammirare. 
I clown non sono coordinati tra loro, non riescono nelle cose che cercano di fare, sono buffi, in precario equilibrio, e sono maldestri, ma… loro stanno dalla nostra parte. 
Noi non reagiamo nei loro confronti con ammirazione, ma con simpatia, 
non con stupore, ma con comprensione, 
non con la tensione, ma con un sorriso. 
Degli acrobati diciamo: «Come riescono a farlo?». 
Dei pagliacci diciamo: «Sono come noi». 
I pagliacci, con una lacrima e un sorriso, ci ricordano che condividiamo le medesime debolezze umane [...]. 
Tra le azioni emozionanti degli eroi di questo mondo, vi è costante bisogno di clown, di persone che con la loro vita vuota e solitaria – di preghiera e di contemplazione – ci rivelano l’altra faccia e ci offrono così consolazione, conforto, speranza e un sorriso.  In questa grande, indaffarata, affascinante e sconvolgente città continuiamo a sentirci tentati di unirci ai domatori di leoni e ai trapezisti che ricevono il massimo dell’attenzione. Ma ogni volta che appaiono i clown, ci viene ricordato che ciò che realmente conta è qualcosa di diverso dallo spettacolare e dal sensazionale: è ciò che accade tra una scena e l’altra. 
I clown, con il loro comportamento ‘inutile’, ci mostrano non soltanto che molte delle nostre preoccupazioni, dei nostri affanni, delle nostre ansie e tensioni hanno bisogno di un sorriso, ma che anche noi abbiamo del bianco sul nostro volto e siamo chiamati a comportarci come clown.
( H.J.M. NOUWEN, I clown di Dio. Una vita spirituale per il nostro tempo)

Signore, dammi la forza di superarli


L’abate Pastor raccontò che l’abate Giovanni aveva pregato il Signore e il Signore lo aveva liberato da tutte le sue passioni; fu così che egli divenne impassibile.
In questa condizione andò da uno degli anziani e disse: Al tuo cospetto vedi un uomo che è completamente in pace e non ha più tentazioni.
L’anziano disse: Va’ e prega il Signore di suscitare in te qualche battaglia che ti sproni, perché l’anima matura solo attraverso le battaglie.
E quando le tentazioni ripresero egli non pregò di essere liberato dai conflitti, ma disse solo: Signore, dammi la forza di superarli
(Thomas Merton, La saggezza del deserto)

lascia che tutta la delusione, il dolore, la rabbia vengano a galla


E’ noto che esiste una differenza tra isolamento e solitudine. L’isolamento come tale ha un carattere negativo: è l’uomo che vive disperatamente solo, magari in mezzo alla gente, ove comunque si sente non compreso e fallito; al contrario, la solitudine per ogni uomo, anche per l’uomo moderno, è un valore fondamentale. Ciò vuol dire che c’è un momento in cui l’uomo giunge a riconoscere che niente lo soddisfa davvero, che tutti i suoi metodi, tutte le sue esperienze, tutte le sue speranze lo hanno soddisfatto solo fino a un certo punto: rimane ancora un vuoto, un vuoto che soltanto Dio può colmare. È un’esperienza che non si fa quando ancora le cose si accavallano una sull’altra e si continua a sperare che ciascuna di esse riempia quel vuoto. Ma quando sopravviene lo scacco, allora ci si viene a trovare in quello stato di attesa e di vigilanza che fu lo stato di Mosè per 40 anni.
Ed ecco la solitudine di Mosè. 
Egli lascia che tutta la delusione, il dolore, la rabbia vengano a galla; 
non maschera né sopprime tutte queste cose, 
ma anzi le affronta, 
perché non ha più paura di guardare nella sua vita.
C.M. Martini, Vita di Mosè

domenica 20 febbraio 2011

Hai un sacco di volontà, solo che è cattiva volontà


"Me ne vado, maestro. Non diventerò mai un sumitori (lottatore di sumo), non ci riesco".
"Eppure, continuo a vedere che in te c’è un grosso".
"No, maestro, una volta tanto devi ammettere che hai preso un abbaglio. Non ingrasserò mai perché oltre al fatto fisico c’è un ostacolo psicologico: manco di volontà".
"Questo non è vero. Ce l’hai eccome".
"Ah sì?".
"Certo: guarda quante ragioni trovi per sottrarti a un impegno che tu stesso hai preso! Hai un sacco di volontà, solo che è cattiva volontà. Ed è un peccato, perché la via che sale non è diversa dalla via che scende".
(Eric-Emmanuel Schmitt, Il lottatore di sumo che non diventava grosso)

Giorno del Signore


"Ci vuole molto tempo
prima che un uomo
comprenda
qual è il suo dovere
- replicò l’Ebreo –
I doveri
glielo impediscono".
 (M. Buber, Gog e Magog)

una piccola di quattro anni e mezzo per capire


Passeggio con tua figlia Clémence nel parco della vetreria. C’è una cabina telefonica istallata non lontano dai giochi. A volte da quella cabina, il mercoledì, quando mi accorgevo che avremmo fatto tardi, ti chiamavo per avvertirti che non saremmo arrivati all’ora stabilita ma che saremmo comunque tornati sani e salvi. Clémence una settimana dopo la tua morte, mi mostra quella cabina nel parco:" E se la chiamassimo?", mi dice. La faccio entrare e la guardo mentre stacca il ricevitore, preme tutti i tasti del quadrante, e per parecchi minuti, tace, ascolta intervenendo solo per dire "sì, sì". Alla fine le chiedo: "Cosa ti ha detto?". Mi risponde: "Chiede se va tutto bene e se siamo ancora tutti insieme. Le ho detto di sì e che continuavo a fare sciocchezze con lo scioccone". Poi usciamo dalla cabina e torniamo al dolce lavoro di ridere e giocare.
Ci sono mille modi di parlare ai morti. Ci voleva la follia di una piccola di quattro anni e mezzo per capire che forse abbiamo meno da parlare che da ascoltarli, e che hanno una cosa sola da dirci: continuate a vivere, sempre, vivete sempre più intensamente, soprattutto non fatevi del male e non perdete il riso.
(C. Bobin, Più viva che mai)

parole per parlare


Abbiamo parole per vendere,
parole per comprare,
parole per fare parole,
ma ci servono parole per pensare,
ci servono parole per amare.
Abbiamo parole per fare rumore;
parole per parlare non ne abbiamo più
(G. Rodari)