venerdì 7 marzo 2014

3° giorno La privazione del cibo in se stessa non è sufficiente, se non è accompagnata da un legame profondo con la Passione di Cristo.


 Nella liturgia odierna abbiamo due letture collegate dal tema quaresimale del digiuno: in entrambe si sottolinea che non è tanto il digiuno in sé che è gradito a Dio, quanto piuttosto il modo in cui si digiuna.
Il vangelo si apre e si chiude con una domanda che i discepoli di Giovanni rivolgono a Cristo sul tema del digiuno: “Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?” (cfr v. 14). Gesù risponde che i discepoli sono gli amici dello Sposo e che non possono digiunare finché lo Sposo è presente; ma ci sarà un momento in cui lo Sposo sarà tolto. Quello sarà il tempo del digiuno. Questo particolare distingue nettamente il digiuno dei farisei e dei discepoli di Giovanni da quello dei discepoli di Gesù; quelli digiunano in senso puramente penitenziale, questi digiunano in senso cristologico. I discepoli di Cristo, cioè, digiunano in relazione dello Sposo che viene tolto, e per questo un tale digiuno ha un valore più pregnante. La privazione del cibo in se stessa non è sufficiente, se non è accompagnata da un legame profondo con la Passione di Cristo. Solo a questa condizione il digiuno è veramente cristiano. Digiunare in relazione alla perdita dello Sposo significa dare il primato alla meditazione sull’esito del ministero terreno di Gesù. Vale a dire: è incompleto quel digiuno di cibo che non è capace di cibarsi di Cristo. Rischia di essere soltanto l’osservanza sterile di un precetto. Infatti, solo quando lo Sposo viene tolto, Egli si muta in Cibo e Bevanda, e ciò si verifica nella notte dell’Ultima Cena. Il digiuno del discepolo coincide a sua volta con l’accoglienza di Cristo come Cibo.
Don Vincenzo Cuffaro

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