domenica 2 febbraio 2014

La vigilanza richiesta al cristiano consiste nel vivere i giorni nell'orizzonte del Dio che è venuto, che viene e che verrà.


Il "riconoscimento" di Dio come Signore della propria vita
equivale a risorgere a una vita nuova,
ad accedere all'esistenza autentica.
Quando ero ancora incerto sul titolo da dare alla Lettera,
uno di quelli che più mi attraevano si riferiva al racconto della risurrezione di Lazzaro (cf Gv 11,1-44).
Pensavo all'espressione "Vieni fuori dalla prigione del tempo!",
per indicare che chi ascolta la voce di Gesù si lascia svegliare dal sonno mortale dell'illusione di possedere il tempo e della disperazione che ci spinge a evaderne. Illusione e disperazione chiudono la nostra vita all'azione di Dio.
Abbiamo bisogno di essere liberati dalla chiusura, dalla prigione;
"Lazzaro, vieni fuori!" (Gv 11,43) è il grido che il Signore fa risuonare nel tempo per liberare non solo dalla prigionia della morte,
bensì dalla prigionia del tempo vissuto nell'illusione e nella frustrazione.
Chi si lascia risuscitare come Lazzaro dal Dio
che gli viene incontro e piange sulla sua creatura mostrando quanto la ama (cf Gv 11,33-36),
vive l'esperienza della liberazione dal non senso,
dall'angoscia di un tempo chiuso all'orizzonte dell'eternità.
La vigilanza richiesta al cristiano consiste nel vivere i giorni nell'orizzonte del Dio
che è venuto, che viene e che verrà.
Rapportare a lui la propria vita, riconoscere in lui l'ultimo senso e
l'ultima patria che dà valore e sapore a ogni scelta
e a ogni passo nel tempo significa rispondere con amore
all'amore con cui Dio ci ha amati e ha tempo per noi.
Dire a qualcuno: "Lazzaro, vieni fuori!" significa proporgli la gioia e la pace di gustare il presente come ora della venuta del Signore, attesa del suo ritorno per prenderci con Lui nella gloria.

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